Dare «ossigeno alla ripresa economica dopo la crisi determinata dalla pandemia». Con queste parole la Ministra della Cultura tedesca Monika Grütters ha proposto, lo scorso 20 maggio, la revisione della Direttiva IVA (2006/112/EC), per sostenere il rilancio delle industrie culturali e creative soffocate dalla pandemia. Approva appieno l’esortazione ANGAMC, l’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea che, con una nuova lettera indirizzata al Ministro alla Cultura Dario Franceschini, chiede il sostegno in sede europea della proposta tedesca.
«L’applicazione di aliquote IVA ridotte per il commercio dell’arte», si legge sul testo firmato da Mauro Stefanini, Presidente ANGAMC, «sarebbe uno strumento di supporto utile per tutti gli attori del mondo dell’arte, in tutti gli Stati Membri. Finalmente, l’Unione Europea compierebbe uno sforzo per rafforzare il proprio mercato dell’arte, che attualmente è schiacciato tra quello statunitense e cinese, che guidano il settore con rispettivamente il 42% e il 28% della quota di mercato (l’Italia è sotto l’1%!)».
Chi beneficerebbe, quindi, di una simile mossa? L’intera filiera, secondo l’Associazione: agevolare l’IVA consentirebbe – dopo mesi di stallo e rallentamenti – di vivacizzare di nuovo gli scambi. Artisti e creativi, i loro intermediari, agenzie, editori e gallerie; ma anche i privati, «che spesso prendono grandi rischi economici per supportare un artista», e ancora i musei, che «potrebbero così ampliare le loro collezioni e contribuire alla cultura pubblica, presente e futura».
Un focus a parte, nella lettera, è destinato alle gallerie. Spazi che – lo ricordiamo – ogni anno realizzano circa 5mila mostre e danno lavoro a un numero indicativo di 10mila operatori, inclusi artisti, curatori, restauratori, assistenti di galleria e trasportatori. «Nei prossimi anni», riporta il consiglio direttivo di ANGAMC, «si stima che il 45% delle gallerie italiane possa dover chiudere o andare all’estero, soffocato dal fisco, dalla burocrazia e dalla concorrenza impari dei competitor stranieri. Per ogni galleria d’arte che chiude, si toglie uno sbocco di crescita per gli artisti italiani, che vedono a rischio il proprio sostentamento e la propria professione. Sono infatti le gallerie a scoprire gli artisti e a investire nel loro posizionamento sul mercato, e sono le gallerie a resistere all’”Amazon-izzazione” del commercio dell’arte, e a valorizzare l’arte, anziché consumarla».
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