Giulietta, Pietro Roi. Pandolfini
Sei dipinti della collezione della Banca Popolare di Vicenza, attualmente in liquidazione coatta amministrativa, sono stati battuti all’asta lo scorso 29 settembre. Tra le altre opere all’incanto di Pandolfini, infatti, hanno sfilato anche alcuni tesori finora custoditi a Palazzo Thiene, oggi proprietà del fondo americano Bain Capital che ha acquisito l’edificio rinascimentale.
Nessuna speranza, dunque, per chi, come il deputato di Forza Italia Pierantonio Zanettin, si era opposto a quest’operazione – a questa dispersione del patrimonio, com’era stata intesa – tanto da rivolgersi direttamente al Ministero dei Beni Culturali e richiedere che gli altri quadri rimasti fossero vincolati indissolubilmente al palazzo. E un vincolo pertinenziale posto dalla Soprintendenza sui beni artistici di Palazzo Thiene, in effetti, ci sarebbe, ma i sei quadri messi all’asta risultano esonerati da questo “legame”. In altre parole, la presenza dei dipinti ottocenteschi in questione all’incanto di Pandolfini è pienamente legittimata.
Vediamo quindi alcune di queste opere protagoniste dell’asta. Prima fra tutte, la Giulietta di Pietro Roi battuta per 3.750 euro, una raffinatissima tela che rimanda a un altro dipinto dello stesso artista, Giulietta e Romeo, oggi custodito al museo civico della città. E, ancora, i lavori di Achille Beltrame, Mario Mirabella, Eugenio Bonivento, Noè Bordignon e due tele di Emilio Burci, che – eccezion fatta per le due vedute toscane – spiccavano tra l’altro per le quotazioni contenute, intorno ai 1000 euro (qui il catalogo completo).
Se la legittimità della vendita all’asta del 29 settembre, come si diceva, è assolutamente confermata, a preoccupare, adesso, è la sorte di Palazzo Thiene, dei suoi meravigliosi affreschi, dei capolavori racchiusi tra quelle mura che vantano nomi come Tiepolo, Tintoretto, Maffei (e perfino un ampliamento cinquecentesco ad opera del Palladio). Uno scrigno di tesori che oggi rischia di chiudere al pubblico e magari di sparire, andando a scontrarsi con quella concezione di “bene culturale” che è anche bene fruibile, per il bene della nostra cultura.
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