La pittura moderna e contemporanea italiana è sempre stata fortemente influenzata dal suo straordinario passato: ogni pittore non si è mai potuto esimere da un continuo confronto con i grandi maestri, proponendo, nel caso si tratti di un artista a tutto tondo, un linguaggio poetico comunque originale e propositivo. E’ sufficiente leggere gli articoli e i saggi di uno dei più raffinati e colti pittori – critici del Novecento, Ardengo Soffici, per comprendere quanto fosse denso di conseguenze questo continuo dialogo presente/passato. Nel nostro Novecento, dunque, la figura intesa come soggetto “riconoscibile”, diviene spesso protagonista: nel grande dibattito tra realismo e astrazione che infiammò gli anni del primo dopoguerra (basti pensare alla celebre querelle du realisme) la scena italiana fu tra quelle più nettamente orientata verso un recupero della forma. E all’interno di questo scenario, il cosiddetto Gruppo del Novecento occupa un posto di primissimo piano: la poetica dei vari Sironi, Bucci, Dudreville, Funi, Marussig, Malerba e Oppi “non si esaurisce in tentativi caotici e senza nesso come pareva in principio; anzi la ricerca stessa li conduce per mano verso una meta unitaria che si delinea gradualmente più chiara e definita. Limpidità nella forma e compostezza nella concezione, nulla di alambiccato e nulla di eccentrico, esclusione sempre maggiore dell’arbitrario e dell’oscuro” (Margherita Sarfatti, 1925). In questi giorni, due gallerie milanesi, Amedeo Porro e Claudia Gian Ferrari, stanno finalmente rendendo omaggio – per la prima volta a Milano!- ad un grande protagonista di quella stagione e di quel gruppo, Ubaldo Oppi. Personaggio affascinante e controverso (ad esempio ruppe clamorosamente con il Gruppo Novecento alla vigilia della Biennale del 1926) ha sempre prediletto una pittura volumetrica, di grande fascino, che “rimette l’uomo al centro del mondo, rifacendo del corpo umano, il metro del mondo, questo è il dovere dell’arte moderna” (Ugo Ojetti, 1924). Le opere esposte ribadiscono il grande fascino che suscita l’arte di Oppi: dal primitivismo di Paese con il Porto del 1914 (un paesaggio che ricorda la Cacciata dei Demoni da Arezzo del primo Giotto assisiate) allo studio della figura umana in Nudo alla Finestra del 1924, ritroviamo davvero le stigmate di uno dei grandi maestri del Novecento. Giustamente Elena Pontiggia, nel saggio introduttivo del bel catalogo della Mostra edito da Skira, mette in evidenza la similitudine tra il pittore bolognese (ma vicentino di adozione) e la Nuova Oggettività tedesca: ma, mentre quest’ultima getta vetriolo sulla tormentata società di Weimar, Oppi delinea un mondo malinconico e solitario, memore anche della grande lezione picassiana. Questa lezione viene però coagulata con uno studio attento del passato che emerge vigorosamente dalle figure come il Nudo Tizianesco del 1928 che, oltre al pittore cadorino, rimanda al Bramante autore degli Uomini Illustri in Casa Panigarola a Milano.
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