Il concetto di immagine ha accresciuto l’insieme dei suoi tratti distintivi, articolandosi in maniera esponenziale: se un tempo essa poteva essere un medium che esigeva la sua contestualizzazione, oggi il suo sfruttamento, la sua strumentalizzazione sono prioritarie per fondare non solo linguaggi, ma capitali e ideologie. Di questa inflazione se ne occupano nella loro personale Fabrizio Vegliona e Totto Renna, con un esplicito fine critico.
Fabrizio Vegliona propone una serie di disegni tracciati a mano libera con il mouse che riproducono stentatamente gli oggetti del commercio, le icone, i simboli noti, con una certa nostalgia per il pop, ribadendo i concetti di low culture e riproducibilità, emersi già ai tempi di Warhol.
Molto più vicino al tema dell’abbrutimento video, il secondo lavoro di quest’artista: un’ampia collezione di immagini che hanno anche da lontano una certa aria familiare per chiunque; assortiti pannelli di foto in formato molto ridotto, che l’autore ha scattato in lunghe session davanti allo schermo a documentare la sua e la nostra teledipendenza. Si possono considerare i fotogrammi di una storia che l’artista tenta di riscrivere, o meglio che esige da parte del pubblico una lettura libera, che parta da sinistra a destra come nella tradizione occidentale, o all’inverso come in quella araba; ma in fondo, comunque la si legga, la storia rimane brutta. Si tratta delle immagini che i media ci propinano tutti i giorni: quelle della guerra santa tra Oriente e Occidente, scandite dalla presenza organica dei consigli per gli acquisti e dalle facce degli stessi inviati, secondo lo stesso punto di vista; sempre le stesse fonti insomma, quelle incaricate del consenso: a chiarire il tutto una lunga citazione dall’eminenza grigia della critica all’ideologia dominante, Noam Chomsky.
Dopo l’essenzialità delle immagini video, la testura digitale viene ingrandita e alleggerita nell’opera di
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niccolò manzolini
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