Dai quadri e dalle immagini si muovono i sensi e la fantasia, si eccita il pensiero e la meditazione, e infine la contemplazione della mente. Chi nega questo non è un uomo.
Asserzioni così radicali si spiegano solo all’interno della violenta disputa tra protestanti e cattolici sulla liceità e funzione dell’immagine, idolatria per gli uni, mediazione lecita per gli altri, che si risolse nell’assolvimento della loro funzione solo nella nuova ortodossia redatta dal Concilio di Trento.
Brera propone questa volta un quadro che solo l’abbinamento con la musica di Monteverdi (I Vespri della Beata Vergine) può attrarre la curiosità e il piacere del visitatore tanto è lontano dalle aspettative e dal gusto del pubblico di oggi.
Eppure, vale la pena farne conoscenza perché quest’opera rappresenta l’altro termine della disputa sull’arte che, ai primi del ‘600, vide contrapposti più linguaggi e diverse teorie: le novità del naturalismo caravaggesco si possono comprendere appieno solo se viste, come in un dittico, accanto a questa scuola nota con il nome di scuola dei Cavalieri, gruppo di pittori accomunati dal titolo di cavaliere dell’Abito di Cristo conferito loro da Clemente VIII nel 1606. Ci troviamo infatti di fronte ad un’opera di Giovanni Baglione, a lui restituita rovesciando, dopo lunghe indagini, la tradizionale attribuzione al Tortiroli.
Non si può certo immaginare, davanti a quest’opera, che il Baglione aveva cominciato la sua carriera nel segno di Caravaggio, come nel vibrante olio dei Musei di Berlino l’Amor Sacro sottomette il Profano (1602), ma l’amicizia si concluse con i versi sprezzanti pubblicati da Caravaggio contro la sua opera e la famosa querela in tribunale.
I mezzi busti di Clemente VIII e del committente guardano supplici la Vergine Immacolata tra i santi Pietro e Paolo, nell’adorazione di quell’attributo della Vergine tra i più contestati dai protestanti; i simboli disseminati nello spazio irreale della tela sono da leggersi come geroglifici, ma qual è la chiave interpretativa?
Non resta che rinviare al piccolo e intrigante saggio in cui Emanuela Daffra conduce per mano il lettore nei meandri non solo della attribuzione ma anche della percezione, ricostruendo le coordinate per raccordare parole e immagini, pratiche religiose ed emblemi barocchi.
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