Uno scambio proficuo tra il Museo di Hannover e le Civiche Raccolte d’arte, unitamente ai prestiti di collezionisti privati e anonimi, ha reso possibile l’organizzazione di questo grande evento per Milano.
Nelle quiete e luminose stanze del PAC sfilano i primi quadri, accademici fino al 1919, poi, lo scoppio della guerra e, improvvisa, la scoperta della libertà: in un paese impoverito Schwitters si trovò per la prima volta ad usare con parsimonia quello che trovava perché “si può gridare anche con i rifiuti di casa. E fu quello che feci, incollandoli o inchiodandoli insieme”. Comincia l’avventura di nome MERZ, un nome senza significato e che proprio per questo ne può evocare mille altri.
Parallelamente al dadaismo afferma: “La creazione artistica non conosce scopo” ma i piccoli collages, di grande rigore costruttivo e compositivo, dicono di un ordine che riparte dalle macerie della guerra.
Da non perdere la visita del “Merzbau”, l’opera che l’accompagnò per tutti gli esili della sua vita, iniziata ad Hannover, ripresa in Norvegia e, per ultimo, nel ’47 nel Lake District britannico.
Avrebbero avuto la meglio bombe e incendi se non se ne fosse avviata la ricostruzione con Peter Bissegger per lo Sprengel Museum nel 1983 così che oggi, calzando felpate pantofole, possiamo varcare la soglia di questa suggestiva grotta bianca. Tra le pareti sfaccettate come in un quadro cubista trovano accoglienza gli oggetti, i ricordi, gli idoli, una sorta decostruzione come preliminare alla ricostruzione. In questo mondo parallelo si entra in contatto con la dimensione ludica della materia, il famoso gioco con i problemi seri, perché, diceva Schwitters, “giochiamo finché la morte non ci porti via“.
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Gabriella Anedi
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