La storia della pittura è la storia dell’uso del colore. Epoche diverse hanno studiato e ‘usato’ il colore in modo differente, assegnando ai colori valori simbolici, attribuendo loro poteri magici, oppure considerandoli semplicemente un fenomeno fisico, una diversa attitudine degli oggetti ad assorbire o riflettere la luce. Ma sempre il riferimento era alla capacità di colpire l’occhio e la mente, di sollecitare vista e pensiero.
Pino Pinelli (Catania, 1938) affronta una ricerca completamente diversa, riesce con la sua pittura a dare fisicità al colore, ne scopre il valore tattile. E trasforma con il colore lo spazio in pittura, in opera d’arte. Pinelli intraprende un percorso difficile, uno
Pollock ha creato la pittura senza pennello e senza cavalletto, ha inventato quadri sgocciolando la vernice sulla tela. Pinelli crea una pittura senza quadri. “Io – afferma – parlo di pittura da sempre… ovunque”. L’artista si è sempre “affidato al termine ‘Pittura’ come un campo teorico illimitato, non ha mai indietreggiato di fronte alla sacralità di questa parola e non ha mai ceduto alla possibilità di un altro nome” (Accame).
Pinelli abbandona la tela e frammenta le sue opere disperdendole sulle pareti. Opera e parete diventano un corpo unitario, con il colore come base unificante. Anche i titoli delle opere testimoniano il valore fondante che egli assegna al colore: semplicemente “Pittura ” con l’iniziale del colore che l’artista ha utilizzato.
Le pareti dello studio Invernizzi sono le opere: frammenti gialli su pareti gialle (Pittura G, 2003), bianchi su pareti bianche (Pittura B, 2003). “Un progetto nello spazio; le pareti sono disseminate
Colore come percezione tattile, frammentazione, disseminazione, conquista di uno spazio non limitato dalla superficie della tela.
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