“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Su uno dei muri centrali dell’Openspace campeggia questo pensiero, seguito dalle riflessioni di Adriano Mei Gentilucci e Sergio Vanni, ideatori e curatori della mostra.
Disseminati per la sala, si fanno notare immediatamente i lavori di Nicola Console: i quattro “Capricci in scatola” (2000). Sono dei visori, di forma simile agli apparecchi scientifici per i primi esperimenti fotografici, che (anche tramite una maschera da sub) ci invitano, solitari, ad osservare dei mondi paralleli deformati, ma con elementi realistici.
L’installazione “When the children have gone” di Lorenza Boisi presenta due lettini, ai cui piedi sostano oggetti quotidiani ricoperti di una carta che, aderendo alle forme, non li impacchetta, ma li ridefinisce. Scenario di avvenimenti passati, la riproduzione di questa stanza asettica comunica forti inquietudini del vissuto.
Claudio Onorato, utilizzando cartoni da imballo e il retro di buste da lettera, ci propone l’immagine di una città labirinto, una giungla caotica, in cui vagano personaggi stressati e abitudinari.
Sicuramente più “solare” è l’opera di Zelda Sartori, “È vietato cogliere i fiori”, in cui la composizione e l’accostamento dei colori affascinano. Notevoli la serie “Aquiloni” della più giovane artista della mostra, Chiara Belloni (ventuno anni), e le opere “contrastate” di Helga Franza.
Davide Baroggi elimina il contorno festoso, in cui solitamente si muovono le macchine degli autoscontri, per presentarcele in tutta la loro importanza. Fausto Ricotta mettendo in risalto e sporcando i contorni delle figure esalta la dinamicità interna del quadro. Infine Giorgio Maggiorelli raffigura il rapporto arte-sport.
In una piccola stanza, in fondo alla sala, c’è anche posto per la video installazione di Franco Duranti dal titolo “La casa dei balocchi”, in cui immagini e sculture sono accompagnate dalle musiche di Massimiliano Viel.
Piccola mostra, ben assortita, in cui le reminiscenze infantili sembrano la chiave di lettura predominante rispetto al rapporto con una città disumana.
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