La Civica Galleria d’Arte Contemporanea di Lissone ospita la seconda tappa del progetto espositivo, curato da Flaminio Gualdoni; un cammino che vuole ripercorrere gli anni trascorsi dalla fine del prestigioso Premio Lissone (1967) fino ad oggi.
Questo secondo momento ospita le opere di artisti impegnati, a partire dalla fine degli anni ’60 e lungo tutti gli anni ’70, in una ricerca che mira al rinnovamento del linguaggio pittorico.
Superato il dibattito tra figurazione e astrazione, è un periodo questo in cui la pittura, il dipingere viene inteso come elemento primario e come tale indagato senza più preoccuparsi dell’esperienza sensibile e del riferimento al dato reale.
Gli artisti presentati in mostra si collocano, quindi, all’interno del dibattito europeo e, più in particolare, delle investigazioni concettuali. Una posizione che possiamo meglio comprendere nelle parole di Flaminio Guardoni, che sostiene che ci troviamo davanti ad “ una ricerca volta a sottolineare la natura oggettiva, l’evidenza fisica della pittura sottratta ad ogni altro intento che non sia il suo puro avvenire e manifestarsi: una pittura come operazione del dipingere, il cui esito è un oggetto pittorico, che non significa altro che se stesso”.
E’ questa idea di pura pittura che ritroviamo nelle tele di Claudio Olivieri, variazioni cromatiche in cui unico protagonista è il colore trasparente, luminoso che dà vita a vibranti superfici. La stessa colorazione anima la pittura di Claudio Verna, che, come lui stesso afferma, intende il colore prima di tutto come pigmento, materia che assume senso nel momento in cui incontra la tela, sprigionando così tutte le sue potenzialità. Il croma diventa, invece, luce nelle opere di Riccardo Guarnieri, sulle cui superfici pressochè bianche appaiono flebili segni di colore come ombre trasparenti. Valentino Vago, d’altro canto, propone tele dalle tonalità accese. La purezza formale presente nei suoi lavori si ritrova anche nelle opere di Gianfranco Pardi, in cui prevalgono forme dalla struttura architettonica, e di Igino Legnaghi, che riduce la scultura a strutture elementari che seguono una logica geometrica.
In ultimo, ma non di importanza, è una tela saqomata di Rodolfò Aricò, nella quale l’artista unisce con sapienza la componente architettonica, creata dalla presenza dell’oggetto che si impone nella sua fisicità, e la qualità pittorica di una superficie trasparente e luminosa.
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