Irripetibile: è questa la peculiarità de La Collezione Rau – da Beato Angelico a Renoir a Morandi, la mostra che ha inaugurato oggi alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, unica tappa italiana di un tour mondiale che dopo Parigi, Colonia, Rotterdam e Monaco di Baviera, proseguirà verso Bogotà e Sidney.
La Collezione Rau si compone di circa 800 opere, per questo viaggio intorno al mondo ne sono state accuratamente selezionate “solo” 112, per mano dello stesso Gustav Rau, scomparso il 3 gennaio scorso, e di Marc Restellini, del parigino Musée du Luxembourg, dove la collezione sarà ospitata in modo permanente al termine della tournée.
Gustav Rau, medico pediatra tedesco che nel 1969, a quarantasette anni, vende le imprese ereditate dal padre e dallo zio per trasferirsi in Africa, e dare vita ad un’organizzazione che si prefiggeva di combattere la miseria e la malattia, è il padre di questa bellissima raccolta. La collezione è seconda per ampiezza solo a quella dei Von Thyssen, frutto di oculati investimenti e di una chiara sensibilità artistica. Allestita su due piani, la mostra segue un percorso di tipo didattico – cronologico, riservando al secondo piano le opere di arte antica, presentate raggruppate in scuole pittoriche: italiana, fiamminga e olandese, tedesca e inglese, francese e spagnola.
Le sale scorrono rivelando capolavori dissimili, lontanissimi fra loro, ma capaci di trovare coesione in una sorta di storia dell’arte in fieri: si parte da Beato Angelico e dal bellissimo Ritratto di giovane donna di Bernardino Luini, giungendo, in pochi metri, allo splendido rosso sangue del Davide che decapita Golia di Guido Reni. Si prosegue con gli olandesi Jan Mandyn e Ter Brugghen, per arrivare fino a El Greco e De La Tour, ma i pezzi forti della mostra si incontrano nella sezione dedicata ai pre impressionisti, dove spiccano, in una sala solo a loro riservata, la languida Baccante di Gustave Courbet, e il Pescatore col ginocchio di Frédéric Bazille, due tele che prefigurano la prossima esplosione impressionista dello stile.
La sezione dedicata agli impressionisti è ampia, e riporta i nomi dei “soliti” Monet, Manet, Degas, Cezanne, in un susseguirsi informe di paesaggi e ritratti: una sensazione di deja vu, nonostante sia la prima volta che la Rau espone i suoi pezzi, che ormai non riesce a suscitare emozioni. Ma si tratta di un problema legato alla sovraesposizione degli artisti, e non certo alla bellezza ed al valore intrinseco di ciascun quadro.
Bisogna quindi arrivare alla fine del percorso espositivo per poter apprezzare le opere dei simbolisti (Maurice Denis, Vuillard, Bonnard), dei fauves (Derain, Marquet), e degli espressionisti (Macke, Munch). Chiude la mostra una laconica Natura morta con bottiglia e bicchieri di Giorgio Morandi. L’esposizione è ineccepibile dal punto di vista dell’allestimento: le luci sono perfette e ogni quadro ne viene compiutamente valorizzato, mentre il percorso è breve e leggero, ma intenso e pregnante. Una mostra – compendio che piace e colpisce, soprattutto grazie agli autori meno noti, capaci di rivelare appieno il gusto e la sensibilità umanistica di Gustav Rau, che nel suo testamento donò tutta la sua collezione all’Unicef.
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Riccardo Belotti
mostra visitata il 31 gennaio 2002
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