Nel contesto culturale milanese, sempre più numerose sono le mostre organizzate nelle gallerie o nei musei cittadini, aventi come protagonista l’arte italiana degli anni Cinquanta. Quel momento di grande fervore artistico sta divenendo, ormai, un punto fermo negli studi del settore, tanto da poterlo considerare un capitolo – forse ancora acerbo, ma sicuramente stimolante ed importante – dell’arte del XX secolo. L’influenza di artisti del calibro di Cassinari, Chighine, Guttuso, Romagnoni e molti altri è di tale portata, negli anni a venire, da elevarli al ruolo di autentici caposcuola. Partendo da queste premesse, grande interesse suscita la rassegna, organizzata dallo Studio d’Arte Brera Cinque – costola milanese della storica galleria Montrasio Arte di Monza – denominata “Realismi”.
Nello specifico, la mostra focalizza l’attenzione su quel particolare momento figurativo, sorto agli inizi degli anni Cinquanta denominato realismo esistenziale. Si tratta di una concezione artistica affascinante, profondamente legata alle atmosfere esistenzialiste care a Sartre o a Camus e alla ricerca filosofica di Kierkegaard, sempre in bilico tra informale e figurativo, con la consapevolezza di voler raccontare la miseria e lo squallore del mondo contemporaneo. Come brillantemente illustrato ad Elena Pontiggia nel catalogo della mostra, fondamentale risulta la lezione di Guernica di Pablo Picasso, vera icona del XX secolo : “ogni oggetto di questo avvenimento – la lampada, il toro, il cavallo – non allude a qualcosa d’altro: è lampada, toro, cavallo. Non simboli, ma emblemi.” (De Micheli, Realismo e Pittura, 1944). Tale bisogno di tornare a raccontare il reale si scontra (o meglio si incontra) con la coeva scena informale americana che, proprio agli inizi degli anni Cinquanta, sbarca prepotentemente anche nel nostro paese: gli artisti “si trovano dunque tra due fuochi”, l’informale e il figurativo, apparentemente inconciliabili ma in realtà simili.
Per realismo esistenziale si intende, dunque, come afferma Elena Pontiggia, non la pura riproposizione del dato naturale (per intenderci la concezione figurativa di Courbet) bensì “[…] uno stile che si vale della stilizzazione e della scheletrizzazione dei volumi, che riduce la figura a una geometria gracile e brutale, mentre il colore si restringe alle gamme sorde della terra e del grigio (ricordi cubisti). Ne risulta una pittura anti graziosa, che non persegue un ideale estetico, ma uno filosofico: rivelare la difficoltà dell’esistenza, l’esilità inconsistente delle cose, l’aspetto aspro e inelegante della realtà ”. Dunque non un solo realismo ma diversi realismi: dalle splendide e desolate periferie di Banchieri o Ceretti, alla malinconia di Bepi Romagnoni per giungere ai ritratti baconiani di Ferroni e agli interni desolati di Cazzaniga.
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