Il modo di fare arte di Roberto Ago (Roma, 1972) è un metodo di indagine etimologico. Il suo versus operandi ricorda l’ossessione miniaturista di un bastiancontrario. Un escatologo minuzioso che rivela nella pratica degli oggetti l’immagine della parola e le sue radici contrapposte. In galleria sono presenti sei opere che ben poco rappresentano quell’album di lavori fatti, quelli necessari ad impunturare spazio&tempo in un solo Presente. Questa collana di sei elementi, ciascuno caduto vicino all’altro senza il proprio codice di lettura, sono stati esposti per rivelare sei differenti scoperte critiche sul reale. Sei varchi, sei mantici in bilico tra ironia e sarcasmo.
Passando e ripassando davanti alle pareti emergono via via i lavori e i racconti quasi muti di Ago. Appena entrati, occhieggia da una cornice una criptica bustina di zucchero. Questo rettangolino bianco disegnato con la china fa venire da chiedersi chi dei due, lo spettatore o l’oggetto, sia a non capire. Poi basta scrollarsi di dosso il dubbio che non serve a niente -capire- e il dado è tratto. Per forza di cose. Slide è una montagna composta sopra una micro-valanga bianca, zuccherina. Basta pensare a quello che sembra non accadere, solo perché ridotto alle proporzioni minuscole di qualcosa che non c’è ancora. Ed ecco comparire il profilo nero di un monte, segnato a china sull’involucro bianco di una bustina dolcificante. Solo con questo pensiero la valanga e la sua paura apneica rimangono sospese, controllabili. Così piccole da essere ricondotte a portata di mano.
All’angolo occidentale della galleria sono state dipinte di rosa due grosse pigne ornamentali. Due di quelle classiche decorazioni di pietra che di solito campeggiano su piccoli torrioni di recinzione, poco prima dell’ingresso di giardini patrizi. Affibbiato a questi due tuttotondo il titolo di Eva, si toglie ai due enormi coni aureolati la possibilità di esistere per quello che sono stati chiamati ad essere.
E questo solo perché la punizione divina ha deciso di condensare il peccato della donna scalfendolo e gonfiandolo nella pietra. Infliggendo così all’Eva ancestrale di rimanere sola nei suoi seducenti seni, le pigne, issate vicine come un feticcio fallico. L’ombra del simbolo al sole dell’immaginario.
Sulla sinistra, nella parete di fronte, è esposto Painting. Un’enorme composizione sottovetro che comprende la riunione giocosa di un bestiario. Anzi, meglio, di un rettilario. Una cinquantina di serpenti di gomma, di tutti i colori e di svariate specie, è stato assemblato e incollato su fondo bianco. A mo’ di scherno, gli incastri, tra le bisce d’acque e vipere gommate, ricordano le colature sinuose del dripping. Una specie di remake accidentale che fa della pittura una presa di forma con il Reale. Una lettura zoomorfica della pura astrazione trascendentale di matrice pollockiana.
Ancora, a prova di curiosi, è esposto In Signa. Un’installazione luminosa composta come un’insegna segnaletica. Un contenitore bianco e cassonettato a forma di rosone, che, appeso alla prete, si apre, illuminandosi. Solo dopo alcune letture, si scopre che questa serie di piccoli neon incastonati all’interno, seguono la miniatura dell’impiantito della cupola di Sant’Ivo alla Sapienza. E ancora una volta la presenza compulsivo-ossessiva della comunicazione pubblicitaria prende di soppiatto, e, senza ritegno, ingloba la coscienza storica del tessuto urbano.
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