E’ inevitabile. Una mostra, inaugurata in corrispondenza con il vernissage della Biennale della produzione pittorica giovanile di chi della Biennale è curatore non può che generare chiacchiere e malignità a raffica.
E siccome nel presentarla con le malignità dovremo continuamente farci i conti, tanto vale farlo subito e toglierci il pensiero. Si, la mostra è una bieca operazione di marketing, pensata dal designer Alessandro Montanari per pubblicizzare la sua giovane galleria, ben accolta da Francesco Bonami che vuole essere costantemente al centro dell’attenzione, recensita da Exibart perché… anche Exibart vuole essere costantemente al centro dell’attenzione.
Si, avrebbe fatto meglio a fare il pittore; no, per fortuna è diventato curatore.
Esaurite le malignità, che spesso e volentieri hanno anche ben poco di vero -ed è un fatto che Bonami, che non ha mai cercato di far emergere il suo passato di pittore, di questa operazione è stato la vittima inerme piuttosto che il convinto fautore- è innegabile però che leggere il titolo Prima della Biennale. Francesco Bonami – Retrospettiva e pensare allo scoop sui peccati di gioventù della star di turno è abbastanza immediato; del resto, ingenuo sarebbe il ritenere che chi ha organizzato la mostra non ne abbia tenuto conto. Ingenuo nel suo dichiarato opportunismo è stato anche il gallerista, che probabilmente avrebbe ottenuto lo stesso hype anche senza organizzare la mostra così palesemente a ridosso della Biennale, e che avrebbe potuto rinunciare all’impegnativo termine ‘retrospettiva’ per l’esposizione evidentemente poco curata di una decina di tele. Ovviamente, se la mostra non andasse al di là di questa scelta sensazionalistica, non varrebbe più di un reportage fotografico di Novella 2000. Ma questo non succede, anche perchè Desart gli ha dato la forma che più si addice
Al piano basso della galleria, su due monitor BrionVega scorrono le riproduzioni di altre opere recuperate dal catalogo della prima personale di Bonami, organizzata da Enzo Cannaviello nel 1985 e accompagnata dal testo critico di un’altrettanto esordiente Angela Vettese, allora assistente del noto gallerista.
Spiace non aver accesso al catalogo, conservato in vetrina come un totem, e in particolare al testo della Vettese, se non per le poche parole citate dal comunicato stampa; spiace anche la mancanza di un apparato documentario più approfondito, che indaghi tempi e modelli di questa attività pittorica.
Riferimento principe rimane, manco a dirlo, la Transavaguardia (lo stesso Bonami ha dichiarato di ispirarsi a Francesco Clemente), ma il recupero di pattern astratti in alcune opere minori rivela anche altri modelli.
Approdato alla pittura dopo gli studi all’Accademia di Firenze, Bonami (classe 1955) la abbandona verosimilmente alla fine degli anni Ottanta, quando si trasferisce a New York ed inizia a scrivere per Flashart. Nel 1993 cura Aperto alla Biennale di Achille Bonito Oliva, lanciando artisti come Maurizio Cattelan e Matthew Barney. E’ l’inizio di una carriera curatoriale problematica e discussa, basata tra l’altro sulla scarsa fiducia nell’attualità del mezzo pittorico, almeno fino all’altrettanto discussa Pittura/Painting visitabile in questi giorni al Museo Correr di Venezia.
Rivederne oggi le opere pittoriche ha almeno il pregio di proiettare nuove luci (e di conseguenza altrettante ombre) su una personalità che ha un ruolo chiave nel panorama artistico attuale.
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La Biennale di Venezia
www.francescobonami.com di Miltos Manetas
domenico quaranta
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