“Col tempo abbiamo imparato a leggere la strada e a conoscerne i codici, adesso abbiamo deciso di raccontarvela”. Con questa premessa apre le porte alla città Avantgarden. Uno spazio espositivo che fa del segno urbano un moto estetico e non una semplice raccolta di sfoghi compulsivi. Una vera galleria alla ricerca di una reale proposta artistica. Una spessa base di humus pronta a cogliere la radice espressiva che si estrae solo dai paesaggi cittadini. Il modo in cui i fondatori cercano di inserirsi all’interno dell’universo galleristico, ha, raro a trovarsi, una finalità . Una sorta di manifesto ideale. Che poi l’intento sia anche quello di riconvertire le sperimentazioni per assecondare l’andamento del mercato e le regole del commercio, questo poco disturba. “Il vero scopo di questo spazio è dare un pubblico e un superamento ad un fenomeno”, afferma Davide Giannella, “un fenomeno creativo che affonda i propri cromosomi in bilico tra la ripetizione ossessiva di lettere e l’appropriazione indebita dello spazio urbano”. L’obiettivo di Avantgarden non è trasportare fra quattro mura la riot rage tracciata dai mille spruzzi di una bomboletta, questo. Si vuole piuttosto assorbire la forza di un tessuto energetico che si fonde con l’ambiente e i suoi residui, creando presupposti estetici, questo è dare un valore, una legittimità poietica alla street art.
A Milano il vaso di pandora è stato scoperchiato qualche mese fa, quando anche l’Assessore alla Cultura ha mostrato pubblico interesse verso i cosiddetti vandalismi variopinti. Certo è che, se si entra in galleria, nulla di ciò che vediamo appeso alle pareti assomiglia ad uno sfregio di quartiere. Tre artisti di strada hanno adattato le proprie tecniche al formato delle pareti istituzionali.
Pho (Milano) fonde elementi di
Un altro cultore della materia pittorica astratta è Rae Martini (Milano) l’unico dei tre a mostrare ancora segni delle proprie radici, fiorite dal writing. L’abbandono del contesto illegale comunque non smorza la vitalità del segno. E il risultato più deciso è ancora una volta la rivisitazione pacata di una disciplina. La Geografia della Calma. I suoi paesaggi sono ampie macchie di smalto che si aprono verso la tela formando cortine di colore via via più denso.
Infine, appare Termine (Milano). Con le sue xilografie l’artista informa e ridisegna una città fatta solo di linee, diversa e dispersa in ogni punto. La mappa architettonica, spuria e sollevata dagli ingombri della sua innata bruttezza, diventa guida per i punti di fuga. Un antidoto ribelle alle campagne cartellonistiche, quelle commerciali, pubblicitarie e politiche. Ottima cellulosa, abbastanza resistente da diventare supporto ideale.
ginevra bria
mostra visitata il 15 febbraio 2007
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