Dal piccolo al piccolissimo all’infinitamente piccolo: un gioco di precisione maniacale, il trionfo parossistico del particolare, della ripetizione, un universo tanto noto quanto misterioso e sconosciuto. Tom Friedman trentaseienne americano di Saint Louis, nel Missouri, rivela nel suo modo di fare ed intendere l’arte, tutto il suo essere figlio di una certa cultura americana. Quella degli oggetti di uso quotidiano, anche banali, visti da vicino, a volte da molto vicino, decostruiti, svuotati e rielaborati in un nuovo gioco sensoriale e dimensionale cui dà maggior risalto proprio l’ampio spazio in cui vive la mostra.
L’ambiente che si crea all’interno della Fondazione Prada di Milano risulta infatti determinante nella costruzione del senso dell’opera di Friedman, strutturando un dialogo i cui interlocutori si rimandano la voce spesso per antitesi e contrasti: piccole opere annegate in metri
Allo spettatore, la possibilità di riflettere, sospeso nel silenzio e nell’immobilità, su ciascuna delle circa quaranta opere, venti delle quali pensate proprio per la Fondazione. La parata degli Untitled (1989-2002) cui il visitatore va incontro è l’archetipo del Friedman-pensiero: un mondo fatto di dentifricio, bastoncini shangai, scaglie di gomma, pallottole di carta, di plastilina, di polistirolo con un cuore organico . L’artista del Missouri utilizza infatti anche materiali “biologici” come polvere, capelli, lanugine, cera d’api, figli di un universo unicellulare, quasi “batterico”, che è la base della vita stessa. Le costruzioni di Friedman, una volta sviscerate, assumono infatti l’aspetto di microscopiche eliche di DNA, che moltiplicate all’infinito, sono di volta in volta cose o persone.
Rivela: innanzitutto penso ai lavori nel loro insieme, poi inizio ad intervenire su ogni singolo pezzo.[…] La concezione dell’intero insieme si evolve parallelamente alle mie idee. In conclusione, so di aver finito quando ogni opera raggiunge una chiarezza concettuale e quando la relazione tra esse costruisce un dialogo a mano a mano più intenso.
Tra le tematiche esplorate dalla mostra anche quella dell’autoritratto dell’artista, che si è immortalato spesso utilizzando medium convenzionali e non: dalla fotografia in bianco e nero mentre sbadiglia – ovviamente Yawn (1994) – all’incisione del proprio volto sulla superficie di una minuscola aspirina, o all’assemblaggio di palline di polistirolo, cubetti di legno e anche zollette di zucchero. Perché tutto è fatidico.
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riccardo belotti
mostra visitata il 31/10/2002
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Complimenti per la foto. la scansione colpisce nel segno!!
non è la foto scansionata male... è l'opera che è pixelata! se vedrai la mostra (bellissima) te ne renderai conto.