È venuto fin dall’Olanda per rinterpretare attraverso la sua pittura la cultura ebraica: una cultura che si adatta, viaggia e persiste, incrollabile, attraverso la forza dei suoi simboli. Ed ecco che Dalessi assorbe questi simboli e il trasforma in soggetti e pretesti per la sua arte. I candelabri, il pane azzimo e molte altre icone della religiosità ebraica, si condensano in materia pastosa sulle tele, piccoli formati di grande concentrazione: i soggetti sembrano quasi voler uscire dallo spazio limitante del quadro e proclamare così la loro forza. Questa l’essenza delle opere di un artista che si dichiara “leggermente cattolico”, non molto osservante e del tutto estraneo all’ebraismo.
Giovanni Dalessi (di Eindhoven, il nome italiano è l’eredità di un nonno ticinese) espone da tempo le proprie opere in importanti gallerie, sia in Italia che all’estero. La sua pittura è così moderna che non ha paura di riallacciarsi a quella dei primissimi maestri europei: gli ovali perfetti dei volti di tanti angeli rinascimentali, la geometrizzazione dei corpi della pittura grottesca. Un po’ come Jan Knap, l’artista olandese guarda indietro, ritorna alla pittura di soggetto religioso. Ma, a differenza dell’artista ceco, Dalessi è molto più essenziale. Non compone grandi scene narrative, ma lascia la parola ai singoli oggetti/soggetti.
La solidità della figura umana si impone in tutta la sua fisicità di creatura terrestre, non angelo impalpabile, ma presenza che regola la sequenza e gli oggetti della vita, protagonista di riti semplici ed eterni. In questo senso la pittura di Dalessi è certamente molto vicina ai lavori dei grandi muralisti messicani (Rivera e Siqueiros su tutti), rifuggendo però dall’enfasi narrativa di quei cicli per ripiegarsi piuttosto nel piccolo formato, nel dettaglio. Trasformando lo spazio purificatore di una piscina probativa in un piccolo rettangolo blu senza alcun riferimento spaziale. Per lasciar emergere solo un viso di bambina.
giuliana mazzola
mostra visitata l’ 8 febbraio 2007
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