La pittura, in alcuni casi, penetra come un pulviscolo estraneo, diventando una scusa, un motivo –seppur banale- per prove e proiezioni. Una testimonianza certa e inattendibile, una cromia scomoda, divergente dal reale. Ed è aldilà dell’abitudine e del conformismo, proprio dopo la sconfitta delle visioni, che la pittura rimane. L’arte del far vedere, allora, si ricompone fiutando una traccia allargata, una scia dilatatoria del registro scopico. Jan Muche (Herford, Germania, 1975) rientra calzante all’interno di questo modello allucinato e calcolatore. Una visione della pittura come mezzo per smuovere il pennello e come guida per l’occhio.
Il tratto forte, racchiuso nei lavori esposti, traspare ancora marcato e un po’ traballante, ma quel che colpisce è il modo in cui Muche prende a pugni l’occhio e poi lo accarezza, solleticando con fare quasi ipnotico. Le tele trattengono impresse gigantesche immagini che ricordano lo stile caustico e incisivo di palinsesti di regime, utopici e post-propagandistici. Il punto di vista è quasi sempre ripido, gli scorci dei piani sono molto spesso schiaccianti, piombati dall’alto, oppure spinti, affondati dal basso verso l’alto, per conferire monumentalità alla scena. Il ritmo compositivo è sempre molto denso, ricco di dettagli e perfettismi meccanici. Il mondo visionario catturato dal giovane pupillo di Hodicke sembra venire da pagine illustrate di libri di fantascienza. La semantica dello space journey fumettistico, che generalmente mescola il futuro col futuribile -e i grafemi con i fonemi- in questo caso s’inserisce in blocco prendendo a prestito la dunamis pittorica.
Il solo stacco, peraltro violento, viene dato dalla pennellata ipercolorata che si stende come un velo a più strati. I cromatismi, in effetti, si raggruppano in serie, secondo terse concrezioni a tecnica mista che attorniano l’inchiostro indiano. Il nero-china quasi onnipresente rimane così distribuito uniformemente per mettere in risalto le ombre e i fondi stellari che si stagliano al di sotto.
La particolarità solida di queste macchie scure lucida maggiormente le macchie-fltro che ogni tanto affiorano sulle tele. Sono come acquose lenti d’ingrandimento, che rimangono come il più visibile cromosoma durato in eredità dalla pittura del maestro di Muche. La sbadataggine di queste finestre, è un buon segno di distinzione, anche perché fa da pedana di lancio per trasparenze velate, irrompendo con particolare dolcezza fra tempeste meteoritiche e concentrazioni di colori.
ginevra bria
mostra visitata il 21 luglio 2006
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