Il corpo isola dal vuoto. La carne, i tessuti, le ossa, le membra, ogni organo è parte di una resistenza lucida e silenziosa. Un recinto foderato di chimiche, pulsioni, ritmi e gabbie. Una muraglia attiva che vive dentro di sé per non confondersi mai, mai con il proprio immediato al-di-fuori. Una macchina omeostatica morbida, un meccanismo che trita, riduce e trasforma tutto quel che le passa attraverso. In entrambi i sensi di marcia.
E a volte è lo spazio a far gocciare nel corpo il vuoto vitale, una bolla che esplode e poi risucchia. Altre volte invece è il tempo che deposita quel-che-non-c’è vicinissimo, lontano e poi nuovamente vicino. Facendo della pelle umana un filtro incrostato di rughe e capelli bianchi. È su questo baratro in bilico che si sviluppa l’ultima personale milanese di Filippo La Vaccara (Catania, 1972). Negli spazi di The Flat, ogni stanza della casa-galleria accoglie i lavori dell’artista siciliano con un tocco particolarmente riconoscibile. Le sculture e i dipinti esposti sono accomunati dal balzo dell’assurdo, di poco al di sopra dell’Umano che dà loro vita. Avere, allora, intorno mura domestiche restituisce maggiore carica al tono paradossale che ognuna delle composizioni porta su di sé.
Il gruppo di sculture mette alla prova la capacità manuale e immaginativa di chi le osserva. La Vaccara crea delle reti che formano la struttura tridimensionale sulla quale poi impasta il materiale di rivestimento. L’idea figurativa, in questo processo, non è mai un pezzo scisso e secondario, ma rimane invischiata fin dentro l’oggetto concluso. L’artista infatti dopo aver plasmato il reticolato, lo riveste con una pellicola materica simile alla cartapesta. In realtà la mescola è un composto di giornali, acqua, colla da parati e gesso che viene poi resa ancora più resistente da minuscole parti di addensanti come sabbia, cenere oppure
ginevra bria
mostra visitata il 27 marzo 2007
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