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fino al 16.VI.2007 | Joel-Peter Witkin | Milano, Galleria Ca’ di Fra’

di - 1 Giugno 2007

Nulla di più profondo della superficie. All’inaugurazione dell’ultima personale di Joel-Peter Witkin (New York, 1939) in Italia (per la seconda volta alla Ca’ di Fra’, dopo il consenso al Palazzo Mediceo di Seravezza), è presente lo stesso Witkin. Capita spesso di non riuscire a collegare l’opera al volto del suo autore, ma raramente come in questi casi. Sono undici le fotografie esposte, selezionate tra i suoi ultimi lavori (1994-2006), in bianco e nero, medio formato, tecnica tirage argentique.
Resa inoffensiva dall’atmosfera intima della galleria-biblioteca, la fotografia di Witkin non perde però il suo fascino crudele da grand guignol in bianco e nero. I riferimenti estetici sono quelli di sempre, rappresentazioni iconografiche di figure mitiche, bibliche o classiche, tableaux vivant, nature morte, citazionismi della storia dell’arte moderna (Bosch, Caravaggio, Velàzquez, Botticelli). Non senza rimandi ad immaginari contemporanei: la prima forma cui si va incontro, ad esempio, è quella di The Raft of George W. Bush (2006), una reinterpretazione tecnicamente rigorosa della Zattera della Medusa di Gericault, i cui protagonisti-naufraghi sono però sostituiti dall’establishment dell’attuale classe dirigente statunitense. Come sempre poi, non mancano nani, contesse decadute, cadaveri sezionati, oggetti surreali in contesti funerei, eccessi barocchi traboccanti dettagli, tetre scenografie teatrali. E la volontà di scioccare ed attrarre, al tempo stesso, lo spettatore-vouyer.

La tecnica supera il mezzo, oltrepassato dall’evidenza inverosimile dei suoi soggetti, inaccettabili, morbosamente affascinanti, come la morte che li avvolge. La pellicola è graffiata, escoriata, dipinta, segnata, bruciata, ad esasperare la sua funzione straniante. 
Nascosta tra le pieghe dei corpi e delle sue parti, la poetica bicroma della redenzione si avvolge alla visione macabra del sacro, nella posa eccessiva, nel memento mori, nell’eccesso di dettagli, nella scrittura lucente dell’informe, dell’esanime. La fotografia esorcizza la morte (il primo ricordo consapevole di Witkin: una testa decapitata di bambina, che rotola verso di lui), mummifica l’attimo, interrompe la decomposizione dispiegandola su carta. È la fotografia della morte, è la morte che si duplica, è la morte morta, quindi l’eterno, l’emulsione del significato.
Gli scatti di Joel-Peter Witkin non sono fotografie, sono documentazioni patologiche di “condizioni esistenziali”, testimonianze religiose di corpi deformi e diversità, nature morte di corpi morti, laddove si rivela l’acume d’identità che sovrasta la mediocre piana degli uguali. Freak, ermafroditi, eunuchi, nani, feti morti in formalina, sculture corporee, installazioni sull’estremo margine del percepibile, dell’accettabile, l’attraente raccapricciante, il legame profondo dei vertici, anima-corpo, eros-thanatos, depravazione-redenzione, sacro-profano. Chi guarda le fotografie di Witkin è costretto a misurarsi con il proprio senso di giustizia, a spingere in avanti il proprio margine etico. Nel linguaggio di Witkin, l’immagine fotografica imbalsama l’oggetto fotografato, lo restituisce all’eternità. “Siamo qui, viviamo, perché non sappiamo tutto, dobbiamo sapere tutto. L’oscurità dentro di noi è tale che per me diventa affascinante. Quello che io cerco è un legame umile, personale, non con un’istituzione religiosa, ma col Cristo vivente. […] A me sembra che i migliori mezzi per arrivarci siano gli strumenti estetici della fotografia.” (Joel-Peter Witkin, da Interview, 1985).

fabio petronilli
mostra visitata il 17 maggio 2007


dal 17 maggio al 17 giugno 2007 – Joel Peter Witkin
Galleria Ca’ di Fra’, Via Carlo Farini, 2 – 20154, Milano
da lunedì a sabato h.10-13 / h.15-19 (possono variare, verificare via telefono)
per informazioni: +39 0229002108 (info) / +39 0229002108 (fax)
gcomposti@gmail.com


[exibart]

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