Spencer Finch (New Haven, 1962) ha l’ansia dello storiografo. Cerca di trasmettere il senso di un fatto, di un’esperienza, in maniera oggettiva, nel tempo. Il fatto, seppur compiuto, rivive nella rappresentazione, nel racconto preciso e nel processo. Ad una visione superficiale i suoi lavori sembrano un elegante tentativo di textile design -apparente riconducibile alla frequentazione della Rhode Island School of Design- ma nel suo gesto non c’è alcuna committenza. Se non quella della propria missione: la memoria.
La mostra Somewhere else segna il suo esordio italiano. L’artista ha pensato un lavoro ad hoc per gli spazi da medium caldo della galleria Shammah. Si tratta di un’installazione fatta con quadri di neon il cui obiettivo è quello di ricreare la percezione personale di un luogo reale, magari tra i più intimi. Più precisamente il suo studio di New York, nel giorno del 17 agosto 2006 alle ore 12:00. Con piglio scientifico l’artista ripete l’esperimento tre volte mettendo in scena il paradosso dell’ubiquità, assai più simile ad un tele-trasporto alla Star Trek che alla dotta citazione di certa pittura rinascimentale.
Sei pannelli luminosi dello stesso formato, ciascuno con una differente intensità luminosa e una singolare composizione cromatica. Le combinazioni di neon sono texturizzate ad intervalli regolari, i colori segnano un ritmo temporale e scaldano l’idea di luogo. Tutti portano lo stesso titolo emblematico, quasi una guida alla mostra e al concetto intorno alla quale gira: Sunlight in an Empty Room, con la sola variazione cardinale della parete dell’atelier.
Un sola eccezione, Sunlight on a White Wall, acquerello su carta, maniacale certificato di una sessione di lavoro, un documento d’artista. Eccezione sottolineata anche dallo spazio espositivo scelto, la dependance della galleria, in cortile: una bottega di un fabbro riconvertita a wunderkammer.
Poche certezze: spazio, tempo, punto di vista. Ogni elemento dell’installazione è un indizio per ricostruire i dettagli del sopralluogo, per riprodurre la qualità dell’atmosfera; ogni elemento è legato sia ad un momento temporale preciso che a una coordinata visiva. La contrapposizione dei pannelli luminosi nei tre ambienti della galleria mette a contatto le mutevoli caratteristiche della ricognizione, forgiando la pratica di un tempo sospeso.
Spencer Finch si arrovella sul binario individuale/particolare, ovvero sulla possibilità di partire da un’esperienza individuale per arrivare alla proposta di visioni particolari di luoghi, in questo caso, frequentemente radicati nell’immaginario collettivo. Attento al colore, allo studio della luce -forse qui è davvero rinascimentale- di questi ultimi gli interessano “i trampolini”, quei salti nel vuoto tra percezione e linguaggio. Ricreare un’esperienza soggettiva rischia la lite consapevole con l’incapacità di tradurre oggettivamente una situazione. Ecco allora il grasso della memoria, tra la vista e il ricordo. Manuale delle istruzioni: nell’uso del neon nessuna parentela con Flavin o Fontana. Una seconda visita della mostra va fatta di notte.
M2
mostra visitata il 22 settembre 2006
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Ma brava la Susy!!!
Dai che ce la fai!