“È come un buon samaritano pronto ad accogliere sotto il proprio mantello ogni opera errabonda e senza casa”. Così Francesco Frangi e Alessandro Morandotti, curatori della mostra, dipingono Luigi Koelliker; forse il più vorace tra i collezionisti milanesi, che negli ultimi vent’anni ha messo insieme una delle più ricche collezioni d’Europa, se consideriamo, oltre ai quadri, le statue, gli orologi e gli strumenti musicali e scientifici. Spetta poi ai vari ricercatori, scelti con estrema intelligenza, selezionare stilisticamente e filologicamente le opere, in modo da poterle far rientrare, nel migliore dei modi, nel circolo degli studi.
L’esposizione di Palazzo Reale rappresenta un piccolo resoconto delle ricerche che si stanno effettuando da anni sui dipinti della collezione, svolti da alcuni tra i migliori storici dell’arte che il panorama italiano possa offrire. Il Seicento e il Settecento lombardo, appunto; ma non visti da una sola angolazione, nonostante la comune denominazione geografica, bensì in una rigenerante e stimolante coabitazione e necessità di contrari. Questa dialettica, con i richiami, i contrasti e gli attriti che determina, forma il fascino primo e, pur nei golfi d’ombra che di tanto in tanto vi spalanca, lo splendore più vero della mostra.
Fin dalla prima sala si offrono dialoghi e confronti tra le opere più diverse, e ci si rende subito conto di trovarsi in una corroborante palestra per l’occhio e la mente. Il Ritratto di gentiluomo di Giovan Paolo Cavagna (Bergamo 1
Il Caino e Abele di Giuseppe Vermiglio (Milano 1587 c.a.-doc. fino al 1635) rappresenta le scelte di un pittore lombardo che si va a formare nella Roma di Caravaggio, scegliendovi comunque un caravaggismo “accomodato” e “domestico”, più vicino all’interpretazione accademica delle opere del Merisi messa in gioco da Bartolomeo Manfredi; con un occhio sempre rivolto a Guido Reni.
Ma ecco i più veri lümbard, con pasticci alla Gadda e ricorsi manzoniani: Daniele Crespi (Milano 1597/600-1630), la cui eleganza e raffinatezza riescono quasi a commuovere, nello splendido Davide placa Saul. Tanzio da Varallo (Alagna 1580-Varallo 1633): nel suo Ritratto di
Francesco Cairo (Milano 1607-1665) che a Milano portò avanti, fino alle estreme conseguenze, la complicata, morbosa, ma civilissima maniera dei “pestanti”: Cerano, Procaccini e Morazzone. Ci si inoltra poi nel Settecento, dove veri e propri coupe de teatre permettono di confrontare le opere della maturità di Fra Galgario (Bergamo 1655-1743), “grande, maravigliante e umano satanasso ritrattistico”, con le opere giovanili di Giacomo Ceruti (Brescia 1698-1767).
Tra la ricca, golosissima materia del bergamasco, che non dimentica mai il suo Tiziano e il “dialetto”, da Massera da Be, del bresciano, siamo ormai immersi nelle nebbie e nei turgori del più decantato “realismo” della Verde Lombardia.
stefano bruzzese
mostra visitata il 2 aprile 2006
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