“Le mie opere non riguardano l’altro mondo. Sono di questo perché quello che nutre l’anima è l’esperienza del corpo.” Non è solo una frase, in verità. È l’affermazione che meglio racchiude la voce espressiva dei lavori di Anne Appleby (1954, Harrisburg, USA). A testimonianza di questo approccio colorista e sensitivo al paesaggio, presso le scuderie di Villa Panza sono state esposte sette enormi tele monocrome, dipinte con olio e cera e poi portate su tavola. Sei di questi dipinti, del 2003, sono stati rifiutati dalla città di Verona. Città per la quale e sulla quale erano stati prima studiati e poi modulati. Il settimo lavoro, Four Directions: South, è una grande tela bianca, cerata, di formato orizzontale, che è stata composta nel 1988. Quest’ultima opera, di natura completamente differente rispetto al gruppo degli altri sei dipinti, contiene la riflessione dell’artista sulla necessità del movimento umano lungo le direttrici dei quattro punti cardinali.
Le scuderie di Villa Panza riscoprono con un tono intimista questi lavori, donando nuova e giusta luce allo spirito osservatore di Anne Appleby. L’artista americana, sulla scena del contemporaneo, viene ancora ricondotta al mondo dell’arte giovane, emergente, nonostante la sua attività di esposizione al pubblico sia tracciabile dal 1977. Spesso il suo modo di dipingere, che dà vita a tele uniformi astratte e monocromatiche, viene riconosciuto come una semplice connessione alla filosofia cosiddetta pura dei pittori riduttori. In Italia specialmente, i lavori della Appleby, trascendenti e ispirati alla realtà del paesaggio, sono stati sottovalutati rispetto alla forte, non immediata, ma comprensibile, vitalità espressiva che emanano.
L’esperienza che maggiormente segna il percorso di quest’artista sono i quindici anni di apprendistato presso un indiano anziano di Ojibwe nel Montana. In questo periodo, trascorso in ritiro prima della laurea, la Appleby impara a scorporare e a osservare quel che la circonda, prosciugando la forma e sintetizzando la sensazione del colore.
Con grande sforzo introspettivo e di significazione, l’artista interrompe il dialogo fra l’interno-di-sé e l’esterno-al-sé per cominciare a dare un registro al tempo. A quel flusso inarrestabile che cambia attraverso i colori. Le gamme cromatiche infatti, quasi secondo natura, vengono imprigionate e imbevute dalla tela, dando vita a gradazioni e saturazioni uniformi. Serie, queste ultime, che poco hanno a che vedere con i codici Pantone e gli irraggiamenti Munsell.
I sei lavori esposti sono, dunque, una sorta di cartina tornasole. Una testimonianza di grigi, bianco ghiaccio e verdi che rappresentano il liquido amniotico e temporale nel quale l’artista si è immersa. Una sorta di placenta necessaria a trascendere dal contesto urbano di Verona, per arrivarne all’essenza delle sue origini. Basta rimanere qualche minuto davanti alla tela dedicata al marrone terra bruciata, per viaggiare d’un colpo solo, su tetti, colonnati e muri scaligeri. Un grande insegnamento, anche se di breve durata. Una lezione a voce sola per chi crede che ascoltare senza abbandonarsi sia ancora possibile.
ginevra bria
mostra visitata il 21 aprile 2007
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Niente di nuovo sotto il sole, qualcuno ha presente Yves Klein, tanto per citarne uno ?
Non mi semra che siamo in presenza di capolavori solo esecuzioni e remake piu' o meno riusciti.