Una scultura lasciata volutamente in abbozzo, che cerca la perfezione nel non finito. A sei anni dalla prima personale, Michelangelo Galliani (Montecchio Emilia, 1975) mette in mostra la sintesi del suo duro lavoro scultoreo. Inaugurata l’11 settembre, Marmi gemelli (il riferimento data-titolo è tutt’altro che casuale) mette a fuoco la ricerca ed i presupposti che da sempre muovono la sua opera: classicità e tradizione da una parte -esplicate attraverso l’esplorazione di tematiche antiche come specularità e metamorfosi- inquietudini del nuovo Millennio dall’altra, in particolare quelle relative alla dittatura della scienza e degli esperimenti genetici.
I riferimenti vanno dai Prigioni del suo omonimo rinascimentale, agli informi di Adolfo Wildt, alla visione imposta dell’opera scapigliata di Medardo Rosso, fino alla statuaria orientale, tailandese e birmana e alla perfezione classica della Grecia arcaica. La novità è il marmo che diventa incredibilmente caldo creando un interessante contrasto con la freddezza dell’acciaio.
I brandelli del bianco statuario di Carrara o del più pregiato bardiglio, segnato dalle venature, come schegge di materia viva, sono presenze silenti dagli occhi socchiusi ma il loro è un silenzio che parla, palpita e rimbomba per le sale. Le coordinate del lavoro sono luce, ombra e materia, il risultato è tradurre l’emozione dell’istante dell’osservazione, l’attimo preciso in cui avviene la visione. Con l’aiuto dell’acciaio. Al contrario della ruvidità delle metalskin squamate delle sue precedenti esposizioni, il supporto laccato delle lastre lucidate o satinate raffredda il marmo, sfonda la percezione dello spazio e crea la profondità, nel riflesso a specchio che permette di vedere il retro. Ma non solo. Nell’immagine riflessa, straniante, illuminata da una luce calda e diretta, lo spettatore si trova davanti a se stesso e allo stesso tempo al riflesso dell’opera che sporge come appesa a un filo. Ed è in un gioco di sdoppiamenti spaesante ed efficacissimo, che ingloba chi guarda imprigionandolo tra inquietudine, spazio, supporto, rifrazioni spettacolari, luce ed ombra. Fino farlo diventare parte dell’opera.
francesca baboni
mostra visitata il 15 settembre 2004.
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Una specie di papà Galliani in 3D, il bianco al posto del nero...e che nome, che modestia!
beh, se non è banale campanilismo il tuo commento...da buona emiliana, senza offesa!
fortunello a chiamarsi galliani, eh eh eh! Però sembrano delle ottime sculture.
ale (Firenze)
Certo ogni riferimento è puramente casuale!
Non dico che Galliano non sia bravo, scolpisce alla grande, il suo marmo possiede efficace espressività.
Il non finito lo potresti anche evitare però, lo trovo un anacronismo banale, nel tuo caso sopratutto fuori luogo.
Parlo da buona fiorentina, senza offesa si intende!