La sensazione iniziale dello spettatore che intravede dalle vetrate della galleria le opere di Erik Parker (Stoccarda, 1968) non può che essere piacevole. Si ha infatti l’impressione di varcare una soglia oltre la quale si può assistere ad un fastoso gioco di colori che rallegra una cupa giornata milanese o esalta i giochi di luce che il sole crea tra i vari palazzi della città.
All’interno, inaspettatamente, ci si trova coinvolti in tutt’altro clima, che non lascia spazio ad una simpatica e superficiale lettura delle opere. Tutt’altro! Lo spettatore resta inconsciamente vittima dei tranelli dell’artista che ci obbliga simultaneamente a soffermare lo sguardo sui particolari e a tentare una visione unitaria del lavoro.
Il rischio è grande per chi non abbia la capacità di reagire di fronte all’impatto generato dal bombardamento di colori, scritte e informazioni che Parker riesce a creare. Forse, proprio il binomio casualità- informazione, fanno di Parker un artista capace di connettere magistralmente la lezione di Pollock alla comunicazione giovanile contemporanea. Com’è possibile? Unendo la finta casualità del gesto artistico all’assordante e distruttivo bombardamento mass-mediatico.
Ecco allora che le piccole scritte dei dipinti diventano dei simboli tribali che disegnano mostri improbabili. Forse sono gli stessi mostri che disturbano la nostra quiete e che ci raccontano la realtà nella sua essenza più crudele. Non è un caso che la mostra prenda il titolo da un’opera dedicata a Fela Kuti, musicista nigeriano incarcerato per la sua lotta in difesa dei diritti dell’uomo.
Diventa impossibile, desiderando la felicità, soffermarsi a guardare più a lungo quelle minuscole scritte. Diventa proibitivo farle entrare nel nostro mondo senza che ci condizionino. In realtà non sono nient’altro che l’angolo remoto dell’ inconscio umano, in cui nascondiamo tutto quello di cui abbiamo paura.
In quest’ottica diventa possibile fare del lavoro di Parker una metafora dell’esistenza umana. Dall’apparente serenità in cui ci piace rimanere, ad un tratto possiamo essere scaraventati in un mondo di cui avevamo la percezione ma che ci appariva lontano. Da una promessa di felicità perenne, “questa puttana di una vita” ci catapulta nel difficile labirinto della realtà.
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