Uno dei guai più grossi della produzione artistica recente è la serialità. Quell’attitudine per la quale molti artisti, invece di perseguire una ricerca specifica e personale, decidono di optare per la formulazione di un modus operandi. Che sa poco di cifra stilistica, ma molto di espediente. Per cui finito il divertimento, chiuse, ahinoi, anche molte carriere.Arcangelo Sassolino lavora diversamente, superando, con l’eclettismo, il dogma della catena di montaggio. Ad ogni sua opera, o ciclo, corrispondono, infatti, lunghi periodi di studio spassionato, a 360 gradi, che spesso stabilisce contatti con la scienza, a dimostrazione di un’adesione totale con la realtà. La sua ultima fatica, M -dove M sta per momento– è prima di tutto un discorso sulla scultura. Sul rapporto tra pieni e vuoti. Tra spazio fisico e opera d’arte.
Tutto comincia con una consistente colata di cemento, gettata sul pavimento della galleria. Un gesto che può sembrare dominato dalle leggi dell’alea, ma che in realtà è preceduto dalla formulazione di calcoli complessi, congegnati con un’equipe di ingegneri. A terra ne sono rimaste le tracce -segni, numeri, scritte ormai sbiaditi- e le ferite causate dal distacco, avvenuto dopo la solidificazione. Solchi che trovano la propria sindone nell’opera d’arte e diventano effetto sintomatico della rimozione. Di un rapporto sensibile tra due volumi, troncato dall’imposizione di un taglio chirurgico. Una volta rappreso, l’oggetto, liberato della cassa lignea che lo contiene e levigato sui lati, viene innalzato, con l’ausilio di un paranco industriale e sospeso a mezz’aria, formando con la linea di terra un angolo acuto. Quest’ultima fase, eseguita durante l’inaugurazione, dinanzi al pubblico intervenuto, assume, suo malgrado, sapore di atto performativo.
Ma soprattutto, servendosi delle leggi della statica -la parte della meccanica, ovvero, che studia l’equilibrio delle masse- dà evidenza e fisicità alla pura speculazione, attribuendo levità ad un corpo in bilico precario tra stasi e rovina. A questa visione contemplativa della plastica, che tuttavia restituisce dignità alla materia, riscattandola dalla soggezione al pensiero, corrispondono anche i due monocromi in acciaio bianco, Analisi, che compattano all’interno di un volume apparentemente ridotto, un peso specifico sorprendente. Mascherato con accortezza dal candore sfacciato delle due sculture, estremamente lontane dalla monocromia pittorica enunciata dalla tradizione artistica italiana del dopoguerra o dall’entropia minimal degli anni ‘70, di cui ignorano aspirazione all’avanguardia ed entropia. Per diventare invece, una rappresentazione oggettiva del mondo. Un grafico cartesiano della natura e delle forze che le appartengono. Recuperando, in un certo qual modo, il tema del paesaggio e le problematiche della verosimiglianza, non più con l’occhio filtrato dagli artifici della prospettiva o dalle illusioni dell’obiettivo fotografico, ma con il metodo empirico mutuato dalla scienza.
santa nastro
mostra visitata il 3 marzo 2006
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