Si intitola MM3, si legge Mostra Metropolitana 3, l’esposizione del gruppo Ultrapop (nato a Milano, nel 1995), curata da Ferruccio Giromini e Luigi Pedrazzi. Un nastro nero, a 50 cm di altezza, si srotola lungo tutto il percorso espositivo e conduce in una dimensione colorata, resa accogliente da musica pop. Per la maggior parte tele, ma anche sculture –non ricordano alcune «comparse» della fortunata serie cartoon Futurama?– e un quotidiano salottino ultrapopolare, fulcro dell’esposizione.
Le immagini, ormai parte della vita di tutti i giorni, passano dallo schermo-monitor alla tela. Piatte campiture di acrilico, dai colori brillanti, illustrano i miti della cultura ultrapop: sono esseri umani trasfigurati, mostriciattoli repellenti, robot… Come gli individui di Giordano Curreri (Genova, 1967), la cui bellezza soccombe alla flaccidità molle del corpo e degli abiti, puro loro immancabilmente rugosi (Non oltrepassare la linea gialla, il Gorilla). Persino noi che guardiamo, ultimi superstiti, non abbiamo scampo, trasformati in mostri dagli specchi dell’artista (Riflessi condizionati) e la grottesca quotidianità di Curreri non risparmia neanche i personaggi religiosi (San Francisco, La Madonna del Biberon, Personal Christ).
Antonio Sorrentino (Catania, 1969) rappresenta l’anormalità e fa sopravvivere i suoi ancora-esseri-umani con l’uso di improbabili organi esterni (I will survive…). Ed i segnali stradali, per l’attenzione di chi guarda, ora lasciano attoniti: nel senso di immobili e sbalorditi, o di… colpiti da un tuono (Attonito, per l’appunto…). Mentre Sandra Virlinzi (Catania, 1973), con più ironia, trasforma i suoi personaggi (Al porto di notte) in mostriciattoli acrilici, e si diverte falsando immagini e parole (Mani in alto, questa è una bambina!, All’uovo, all’uovo!, Bimba pregna).
L’opera Ultrapop è essenzialmente rovesciamento a livello semantico – simbolico di tutto ciò che è normalità. E come nelle fiabe, e nei cartoni animati anni ’80, anche il racconto Ultrapop sottintende una morale. Che altro non può essere se non una riflessione sulla condizione dell’individuo, all’epoca del postmoderno.
francesca zappia
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complimenti sig.na zappia!