Scegliere New York come soggetto delle proprie fotografie è un enorme rischio: cosa ancora non è stato detto sulla città capitale del mondo occidentale? Recentemente un outsider eccellente come Lou Reed ha regalato sprazzi di austera suggestione, ritraendo la sua città con la macchina fotografica dopo averla descritta con testi e musiche indimenticabili.
Luciano Bobba (Casale Monferrato, 1957) dribbla la banalità proponendo una visione “laterale” di New York, come fosse vista con la coda dell’occhio. Gli scatti sono ottenuti fotografando i vetri delle cabine telefoniche, oppure i vetri che proteggono i cartelloni pubblicitari: la città viene così vista attraverso i suoi riflessi. Nel caso dei cartelloni si crea una suggestiva sovrapposizione: alle scene newyorchesi –viste al contrario- si uniscono i panorami dell’immaginario collettivo imposti dagli annunci. Tornano alla mente le vetrine iperrealiste di Richard Estes, ma il concetto è molto diverso. È come se Bobba avesse colto New York come rimane impressa sulla retina, inclusa la sovrimpressione dell’immaginario della comunicazione. Finito il sogno americano puro, dunque, si fa strada un immaginario che parte dal basso, dalle visioni più quotidiane. Sui grattacieli si sovrappone la maglietta “I love NY”, Einstein fa la linguaccia in mezzo alle automobili, i simboli del patriottismo americano sono circondati dal traffico dell’ora di punta, i protagonisti di C.S.I. attraversano tranquillamente le strisce pedonali…
Anche la sessualità esibita a scopi commerciali è sottoposta a rilettura: la carica erotica delle modelle delle pubblicità viene depotenziata grazie alla loro immersione nel normale svolgimento della vita su una strada. In What I’m looking for? una modella attraversa fischiettando la città; in I want to breathe freely il godimento sessuale ingloba tutta la città, rendendo l’idea della sensazione inebriante di avere tutte le possibilità aperte davanti a sè (sensazione classicamente attribuita all’atmosfera newyorchese).
Ma le opere migliori, quelle in cui il cerchio formale si chiude, sono quelle che contengono paesaggi più semplici, verrebbe da dire puri se anch’essi non fossero sapientemente composti con sovrapposizioni di riflessi. Ciò che colpisce è l’estetica prevalentemente pittorica di queste fotografie, non solo perchè sono stampate su tela, ma soprattutto per la sensorialità delle cromie e la composizione complessa, ma elegante degli elementi.
Il “trucco” di Bobba per leggere New York sotto una luce originale consiste dunque nel depotenziare e smitizzare le icone che costituiscono il senso comune sulla città. Mescolando tutti gli elementi, l’immaginario newyorchese ritorna a disposizione di chi guarda: è di nuovo possibile comporre una propria visione, personale ed inedita.
stefano castelli
mostra visitata il 24 maggio 2007
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mi spiace ma è una copia spudorata di davide bramante
A me spiace che si continuino a leggere commenti di questo tipo. Mi spiace, perché il primo segno evidente è quello di una certa ignoranza sul tipo di approccio (tecnico e, conseguentemente, concettuale) che differenzia l'opera di Bramante (uso massiccio di esposizioni multiple) da quella di Bobba (scatto unico, senza alcun intervento in fase di post-produzione).
Mi spiace, perché un altro segno evidente è quello di una certa ignoranza storica, che porterebbe (nel caso di un'indagine sulle influenze, o sui parallelismi estetici del lavoro di Bobba), ben più lontano dei lavori contemporanei di Bramante. Qui occorrerebbe consultare un buon manuale di storia della Fotografia (si pensi, rimanendo in Italia, all'opera di Mario Giacomelli - ma si potrebbe andare ancora a ritroso -, intrisa di esposizioni multilple, sia in fase di esposizione, sia in fase di stampa), o più ancora: ricordare che già nel cimema di inizio secolo (da Georges Méliès ad Orson Welles, passando per Fritz Lang) l'esposizione multipla veniva usata a piene mani.
Mi spiace, infine, che con un giudizio così riduttivo e per nulla argomentato, si dimostri una palese ignoranza critica, fondata su concetti anacronistici di "invenzione" e di "primato delle idee" vecchi di cent'anni, che avevano un senso nell'entusiastica e lontana era del modernismo e delle avanguardie. Anche qui, la lettura di un buon manuale di Storia dell'Arte Contemporanea, ci obbligherebbe a (ri)conoscere l'epoca e la cultura in cui viviamo: una cultura di matrice post-moderna che, da parecchi decenni, ha saputo sdoganare e diffondere le pratiche parodiche e citazionistiche che tutt'oggi la caratterizzano.
Tale consapevolezza (la consapevolezza delle influneze, arrivando fino al paradosso della consapevolezza dell' "originalità di una copia" - O. Welles, "F for Fake" -) ci costringe a fare un passo indietro, nel tentativo di recuperare un approccio critico nei confronti dell'arte di tipo "emozionale", liberato da preconcetti e pregiudizi che rincorrono sterilmente il mito inesistente dell'originalità e dell'invenzione, obbligandoci ad un confronto incondizionato con l'opera d'arte. Nessuno più si chiede, in pittura, chi per primo, fra Bracque e Picasso, fu l'iniziatore del cubismo. Ci sono tele che potrebbero essere firmate indifferentemente da entrambi. Ciò non toglie nulla al valore estetico delle stesse. Lo stesso paragone potrebbe essere utilizzato ed esteso alla poesia: si pensi all'uso dell'ottava rima in Poliziano, Boiardo, Ariosto e Tasso, ognuno di questi, autore di un capolavoro letterario.
E allora? Allora mettiamo da parte i pregiudizi. E se proprio vogliamo fare una lettura comparata di opere affini, o una ricerca storica sulle influenze di un determinato risultato estetico, ebbene, facciamola: ma con serietà, senza fermarsi al Bramante di turno e cercando di scavare in profondità.