Eleganza: è questa la trama sottile con la quale leggere in controluce Ricordo della terra, la personale di Isabella Ducrot, ospitata nelle stanze dell’Archivio di Stato di Milano fino al 24 febbraio.
Una passione che si è fatta arte, quella della Ducrot, per i tessuti preziosi (che studia da oltre vent’anni) ed i fogli di carta pregiata lavorati a mano, di cui sono
La prima sala colpisce subito il visitatore per il forte impatto visivo dei grandissimi (240×120 cm ca.) fogli di carta nepalese antica dipinti, che raffigurano elementi naturali, come profili di montagne, cascate e stelle dorate.
Evidenti sono i richiami all’arte calligrafica giapponese che si intravedono in una pennellata stilizzata e nelle delicate velature dell’acquerello.
L’artista napoletana, che vive e lavora a Roma, nella sua ricerca metafisica, ha cercato di immaginare una terra senza presenze umane, senza testimoni, incantevole nella sua bellezza primordiale, ma al tempo stesso filtrata dal ricordo struggente.
Al piano inferiore sono invece esposti lavori di formato più piccolo, ma altrettanto eleganti, capaci di condensare anche in spazi più ristretti la forza della natura: spazi dove gli elementi fisici sono ancora in lotta tra di loro per definirne la supremazia o, semplicemente, il loro posto nel mondo.
Questi fogli manifestano anche un’inquietudine sottile, un’angoscia che riflette la domanda: cosa potrebbe essere la terra senza l’essere umano? Resterà eternamente immobilizzata in questa ruvida bellezza?
L’intenzione dell’artista è quella di dare forma a spazi fisici con occhio il più possibile distaccato, per entrare in una disposizione d’animo “depurata”, che non dia per scontata la presenza dell’uomo nel suolo che lo ospita e lo nutre.
Ma queste opere vogliono anche essere un inno alla bellezza primigenia di un mondo, di una condizione esistenziale, che spesso, anche alla luce degli ultimi episodi di violenza, viene evocata e ricercata.
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