Forse più apprezzato in Svizzera che in Italia per la sua arte, lo scultore Gianluigi Giudici presenta a Como circa cinquanta opere prodotte in un arco temporale molto ampio. Si può dire che questa mostra, composta da bronzi e gessi, rappresenti la produzione degli ultimi trent’anni.
Nato in Valmorea nel 1927, ha diretto alcuni laboratori di arredo sacro e ha cominciato la sua attività di scultore nel 1959, con la decorazione dell’altare della chiesa di Bulgarograsso. E, infatti, molti sono i riferimenti ad esperienze legate al culto cristiano all’interno della mostra. In realtà, l’esposizione andrebbe concettualmente divisa in due parti: accanto ad opere di comprensione immediata e dal taglio figurativo, trovano posto una serie di altri lavori più complessi dal punto di vista interpretativo.
“Gemelle” e “Le Furie” (bronzo del 1975, di cui un esemplare è custodito nel Museo Dantesco di Ravenna) sono sculture che rappresentano gruppi di donne, con le braccia sollevate, e i tratti del loro volto sembrano non lasciar trasparire alcuna emozione. Accanto a opere come queste, precipuamente figurative, ve ne sono altre che potremmo definire di mediazione dell’opera di Giudici, lavori che ci conducono a quella serie di manufatti dove la realtà oggettiva è rivisitata e rielaborata dall’artista. In “Cavalli I”, ad esempio, l’animale è quasi trattato come un insieme di forme giustapposte che, nel busto, dialogano grazie ad un elemento centrale che nulla ha a che fare con la nostra realtà. Si spinge ancora più lontano l’opera “Pontefice” dove, nonostante non riusciamo più a scorgere una sagoma umana definita, è impossibile non cogliere la rappresentazione del Santo Padre, in elementi completamente astratti che culminano in una sorta di copricapo pontificio.
Si arriva così ad opere astratte, mentali, dove emerge la volontà di trasformare la materia per farle compiere delle mutazioni.
Le forme si fondono, evocano immagini complesse, sembrano cercare un loro equilibrio interno. Impressione colta osservando “Bivalenza formale”: la scultura ci appare in fase di assestamento. “Deflagrazione” del 1993 ci suggerisce proprio il dinamismo che scaturisce da uno scoppio, e l’opera sembra essere dilaniata da un qualcosa che a noi non è dato vedere.
Il lavoro più imponente è “Mutazione Organica”, esposto permanentemente di fronte al Palazzo San Gottardo a Chiasso. Quasi un organismo, all’interno del quale ne crescono degli altri, diversi. Non a caso si può parlare di un certo tipo di scultura organica, per quel che riguarda le sperimentazioni astratte di Giudici. Da ricordare, a questo proposito, anche “Organismo Idrodinamico”, dove si sviluppa un legame fragile fra gli elementi, tanto da sembrare che essi possano muoversi, e “Propulsione”. In opere come queste si coglie la volontà di Giudici di decifrare i rapporti fra materia e vuoto, dialogo fondamentale per rendere “viva” e in trasformazione l’opera.
Da segnalare anche la presenza di molte opere di carattere religioso. Ricordiamo lo studio in gesso per la XIV Stazione della Via Crucis, realizzato nel 1967 per la Kirche Zum Guten Hirchen di Vienna e un altro modello in gesso di un crocefisso per la chiesa della Madonna di Fatima del 1987. In simili opere, così come nelle altre a carattere sacro, la scultura è meno sperimentale e cerca di cogliere la religiosità dei fatti che narra, come avviene nella piccola e convincente opera “San Francesco riceve le stigmate”.
Stefania Caccavo
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