In mostra allo spazio Forma, con duecento stampe contemporanee e cinquanta originali d’epoca, la retrospettiva sull’occhio del secolo, ovvero Henri Cartier-Bresson (Chanteloup, 1908 – L’Isle sur la Sorgue 3, 2004). Uno dei fondatori nel 1947 della mitica agenzia Magnum, già dagli anni Trenta Cartier-Bresson sviluppa il potenziale artistico e reportagistico delle proprie foto, grazie anche alle nuove maneggevoli Leica e ai rullini veloci, che permettono scatti più spontanei.
Le immagini raccolte in quasi cinquant’anni di viaggi intorno al mondo, testimoniano di epocali mutamenti storico-politici e sociali internazionali. Tra le foto degli anni ’30-’40, quelle che mostrano il ghetto degli ebrei a Varsavia, i profughi che arrivano in nave a Manhattan alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale, la liberazione dei campi di concentramento da parte degli alleati, i combattimenti nella Parigi liberata nel 1944.
I soggetti e i luoghi fotografati nei decenni sono i più vari: dai funerali di Gandhi ai diseredati dell’India alle rive del Nilo, dalla città proibita nella Pechino in cui entra l’esercito popolare di liberazione di Mao, alla Russia di Kruscev. L’obiettivo, sempre lo stesso: catturare l’essenza dei momenti “intrappolandola nei confini di una singola fotografia”, Come in Spagna, a Siviglia: attraverso uno squarcio nel muro bianco tra le macerie di una casa, corrono e giocano bambini immortalati con un tempismo che sembra “catturare la vita nell’atto di vivere”.
Il fotoreporter francese documenta anche aspetti sociali e di costume: le manifestazioni popolari in piazza a Parigi, le prime vacanze pagate, le domeniche di riposo sulla Senna, il lavoro nelle fabbriche automobilistiche francesi del dopoguerra. Due immagini scattate in apparenza consecutivamente mostrano la folla assiepata intorno al monumento alla regina Vittoria, davanti a Buckingham Palace, nel giorno dell’incoronazione e in quello della morte di re Giorgio VI: la stessa inquadratura, ma a sedici anni di distanza.
Nei paesaggi mediterranei i giochi d’ombre creano chiaroscuri che danno vita a “volumi immaginari”, in cui si insinua il movimento del soggetto umano: in una striscia di sole che fende l’ombra sui muri come a Tarascona in Francia, o nel centro geometrico dell’immagine, tra i dedali di stradine e di fitte architetture di case in pietra, come a Siphnos in Grecia. In Derrière la Gare Saint-Lazare il salto di un uomo che tenta di evitare una pozzanghera viene fermato dallo scatto fotografico in una sospensione che “raggiunge l’eternità attraverso il momento”.
Per Cartier-Bresson, “modificando le prospettive con un leggera flessione delle gambe, produciamo coincidenze di linee con il semplice spostamento della testa di una frazione di millimetro”. Ma nell’attimo dello scatto la composizione geometrica delle forme “non può che essere intuitiva, poiché siamo alle prese con istanti fuggevoli”.
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