Per la seconda volta consecutiva la Biennale di Fotografia Africana di Bamako gode di una edizione milanese che presenta una selezione delle opere.
Abbandonate le sale un po’ asettiche dello Spazio Oberdan che ospitarono nel 2002 la prima edizione, la rassegna sembra aver trovato una sede ideale nei Musei di Porta Romana. Anche l’allestimento accompagna ottimamente le opere esposte, abbinando originalità e accoglienza: le serie fotografiche dei vari autori non sono esposte in sequenza ma spesso il loro accostamento “ragionato” compone piccole installazioni.
Pur pagando l’handicap della ristrettezza del numero di fotografie selezionate, la mostra presenta opere di buona qualità con picchi di eccellenza. E’ rigorosamente da visitarsi come una mera “mostra di arte contemporanea”, non come uno degli ennesimi ‘spaccati’ pseudo-etnografici di un continente, i quali mai si ricompongono in una visione globale né coerente.
Le opere che colpiscono maggiormente sono quelle della franco-algerina Sophie Elbaz. Si tratta di fotografie per cui vale la pena di spendere gli abusati termini ‘matericità’ e ‘pittoricità’. L’effetto cromatico è straordinariamente stimolante e sensoriale; il soggetto ripreso (immagini di vita lungo il fiume Niger in Mali) è reso con un’artisticità pura che stimola sinesteticamente tutti i sensi (sembra di sentire gli odori e i suoni delle situazioni fotografate).
Altra serie molto riuscita fra quelle artistiche piuttosto che documentarie è Sacred Homes del sudafricano Zwelethu Mthethwa, che presenta scorci di religiosità colti nelle townships di Città del Capo con un’estetica ed un uso della luce vicini a quelli di Andres Serrano.
Più minimale ma molto significativa l’estetica dell’egiziana Maha Maamoun che in Cairoscapes racchiude nella stessa inquadratura scorci metropolitani e i motivi floreali presenti sui vestiti delle passanti.
Il nudo del nigeriano Emeka Okereke è conscio della lezione dei grandi fotografi europei di questo genere, ma presenta forte originalità ed eleganza, nonchè un grande rigore compositivo.
E’ presente anche un’installazione semi-concettuale, opera dell’artista algerina –presente all’ultima Biennale di Venezia- Samta Benyahia che in Zina, Zohra, Yamina… accosta a ritratti fotografici di donne del suo paese i ricordi di ciascuna di loro a proposito di un manuale scolastico dell’epoca coloniale, preso come simbolo del ruolo costrittivo previsto per la donna, almeno nella società di quegli anni.
Risultano un po’ più deboli alcune serie documentaristiche, come quella di Desmond Zvidzai Kwande (Zimbabwe) sui bambini di strada o quella del mozambicano Rui Soeiro che documenta la danza rituale della Capoeira.
Unico, interessante tuffo nella fotografia d’epoca esposta come documento storico, la collettiva Thatha Camera, che raccoglie fotografie, spesso fornite dalle famiglie locali, degli abitanti delle townships dello Zimbabwe. L’estetica di alcuni di questi ritratti ricorda le fotografie dei grandi malesi Seidou Keyta e Malick Sidibé, che segnarono il passaggio africano dalla fotografia ritrattistica alla fotografia come reportage e come opera d’arte.
Mostra piacevole ed intensa, dunque, ma breve, tanto da suscitare l’auspicio di un ampliamento delle proposte in occasione della prossima edizione.
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