Chiara è Chiara Carocci (Varese, 1976; vive a Roma), eclettico personaggio
che riflette l’immagine di una donna curiosa, vivace, per scandagliare fenomeni
sociali, culturali, aspetti della comunicazione, del passato, della
contemporaneità. Che entra ed esce dalle sue incarnazioni, per essere ogni
volta unica e diversa.
Lo aveva fatto con la tecnica fotografica digitale,
interpretando il tema della bellezza e, sempre con intelligente ironia, aveva
analizzato i meccanismi e gli stereotipi della pubblicità, sino a creare gli Accessori
Chiara. Chiara
nel tempo, attraverso il tempo, laddove questa nuova mostra diviene una
contemporanea Recherche, a testimoniare l’incessante desiderio di dare una risposta agli
interrogativi sulle nostre origini, sul nostro destino.
Il film The time machine le suggerisce l’idea di un
viaggio a ritroso fra Otto e Novecento, per vestire i panni di una donna che
attraversa il tempo con la complicità di una macchina immaginaria, quasi una
slitta rivestita di nobile rosso. E c’è, in questa artista vincitrice del Premio
New York, il desiderio di affermare se stessa, di lasciare un segno nel tempo
che abbia il suo volto, di generare qualcosa come figli che le somigliano, di
ritrovare la propria identità nella storia. Quasi a voler dominare il tempo e
comprendere le oscure ragioni del cammino.
Il personaggio, ancora una volta da lei stessa
interpretato, rimanda a una donna forte e decisa che intraprende un viaggio, e
lo stile, gli abiti, la “slitta”, la foresta, il chiarore dello spazio innevato
fanno pensare all’inquieta Lara, indimenticabile protagonista de Il dottor
Zivago. I guanti,
uno scialle di lana, una pelle di volpe, una valigia e il suo dito alzato che
indica una meta. Per andare là dove tutto è stato, “dove tutto è ancora per
essere”, attraversare
quella linea che blocca il pensiero, l’agire. E il presente tiene a braccetto
qualcosa del passato, perché “né il passato né il futuro, ma soltanto il presente
realmente è. Il passato ed il futuro possono essere pensati solo come presente”.
La sequenza fotografica, poi, riporta in uno studio con un
tavolo intarsiato, un atlante geografico, un calamaio con penne d’oca per
scrivere sulla carta e sentire il profumo dell’inchiostro. La pelle di volpe è
lì, a fare da testimone. Chiara appare in un’altra fotografia, vestita e
pettinata come la donna del ritratto appeso alla parete; tiene in mano un
mappamondo per segnare un punto d’arrivo, o di partenza. Ieri è davvero
esistito? Chiara racconta qualcosa che appartiene non solo alla memoria, ma
qualcosa che è nostro, perché il tempo “non è solo successione di istanti, passato,
presente, futuro, per la realtà della coscienza è durata, è processo fluido che
conserva il passato e crea il nuovo”.
Chiara e la sua “slitta” compaiono, infine, in una
dimensione onirica sulla gradinata di una grande villa, di cui il tempo ha
consumato l’originaria bellezza: una nuvola di fumo avvolge la protagonista di
questo viaggio, per restituirci una seconda immagine. Sulla scala, corrosa dal
tempo, quel tempo “perduto” che, sommandosi, ci fa più ricchi, resta solo la
valigia. Una valigia piena di ricordi, di sogni, di speranze, di progetti.
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