Ci fu un periodo in cui Primo Carnera non fu secondo a nessuno. Il gigante di Sequals, che prima d’essere campione del mondo fu neonato di 8 Kg, emigrante in Francia, freak da circo, ebbe il suo momento di splendore nei ruggenti anni Trenta. Nel ‘28 l’ex-pugile Journèe notò il gigante buono, 2 metri per 140 kg, e lo avviò alla carriera di boxeur, sotto l’ala protettiva del losco See, manager in odore di malaffare che lo portò negli Stati Uniti. Iscritto nei pesi massimi, vinse i primi incontri entusiasmando gli italiani e gli americani dell’età della crisi. Nel 1933, nella littoria Roma, conquistò il titolo mondiale contro l’americano Sharkey. Una bella rivincita contro chi chiamava gli italiani “sporchi negri bianchi”. Carnera divenne simbolo. L’apice prima di una lunga decadenza: nel ‘34 perde il titolo, nel ‘46 lascia la boxe e si dedica al catch, antenato del wrestling. Poi torna in patria giusto per morire, di cirrosi epatica, nel 1967, vicino all’amata famiglia e con pochi soldi in tasca.
Ora l’Italia gli rende omaggio con una mostra milanese intitolata Primo Carnera. Ipotesi di un mito: un’esposizione itinerante, che affianca quella di Pordenone, che sarà ancora a Roma e New York nei prossimi mesi.
La mostra è senza dubbio curata e allestita con competenza, ma lascia poco spazio all’esercizio della curiosità da parte degli spettatori. Il visitatore, infatti, si trova dinnanzi ad una via crucis di televisori che trasmettono senza sosta approfonditi filmati dalle teche Rai e dell’Istituto Luce. Più interviste a storici e giornalisti
valerio venturi
mostra visitata il 6 novembre 2006
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