Sam Durant (Seattle, 1961, vive a Los Angeles) esplora le contraddizioni soggiacenti alla cultura ufficiale. L’artista statunitense si è a lungo concentrato sul rapporto fra individuo e spazi architettonici, e ha in seguito ricontestualizzato gli slogan della controcultura. Negli ultimi cicli, e in particolare in questa mostra, si pone come “situazionista della storia”. Sovverte con sarcasmo sottile quell’atteggiamento un po’ propagandistico che ogni nazione assume quando racconta la propria storia, e quel patriottismo vivo in particolare negli Stati Uniti. Con Scenes from the pilgrim story la galleria Emi Fontana si trasforma in uno stralunato museo delle cere, con tanto di pittoresche ricostruzioni di avvenimenti storici.
L’episodio scelto da Durant in questa occasione è la costruzione e la distruzione della colonia di Merry Mount. Accanto alle colonie puritane il colono Thomas Morton costituì un insediamento pagano, che instaurò rapporti di integrazione e rispetto reciproco con i nativi d’America. Tale fondazione non fu ben vista dalle altre colonie puritane, che vi compirono saccheggi e uccisioni, fino al rimpatrio forzato di Morton. La storia ufficiale americana condanna la colonia pagana come dissoluta e contraria ai valori puritani, anche allo scopo di tenere sottaciuta la violenta politica espansionistica degli altri padri pellegrini.
Durant mette in scena questo episodio mescolando le varie versioni, ufficiali e ufficiose. L’artista ha acquistato il materiale componente un museo delle cere e ha costruito installazioni nelle quali si sovrappongono orrore e idillio campestre, eroismo e sopraffazione. Fra le piante di grano ricostruite in Cornfield si avverte dapprima il bucolico frinire dei grilli, ma in seconda battuta si scorge la testa mozzata
Tocco genialmente sarcastico: come in un vero museo storico, una scritta invita a premere un pulsante. Viene così diffusa la voce registrata di uno speaker che cerca di ristabilire la diffamante “verità” ufficiale su Merry Mount, andando contro l’evidenza che invece si offre agli occhi. Nell’opera Algonquin town lo spettatore esperisce concretamente lo straniamento dovuto al sovrapporsi di verità storica e propaganda: la ricostruzione in legno di una staccionata accoglie al suo interno lo spettatore, che però vi rimane avviluppato a causa della sua forma concentrica e senza uscita.
Niente nella ricostruzione di Durant è ovvio: il rigore della ricerca politico-sociologica si mescola agli elementi della cultura popolare, come il museo delle cere; l’avvenimento violento viene rappresentato con una modalità a metà fra realismo e parodia. Tale via “intermedia” è veicolo di notevole efficacia per l’espressività dell’artista americano: nessuna predica deterministica, ma scompaginamento delle carte per ristabilire tramite il dubbio la verità negata dalla storiografia e dalla retorica ufficiali.
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stefano castelli
mostra visitata il 14 novembre 2006
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