Si scosta un telo bianco per entrare in un mondo fiabesco. Privato. Un salotto, un tavolino, un televisore, uno scaffale traboccante di libri, l’appendiabiti coperto da cappello e paltò. Tutto lascia indovinare presenze misteriose, personaggi appena delineati, schizzati come ghirigori durante una telefonata. Ci si sente fuori luogo, come quando si entra per la prima volta nella casa di un estraneo, con l’imbarazzo –ma anche con un’indiscrezione un po’ vojeuristica- di chi è stato abbandonato in anticamera ad attendere un qualcuno che, forse, non arriverà mai. Ci si siede. Si guarda intorno. Ciondolando un po’ in giro, disegnando, con passo annoiato, un cerchio sul pavimento della stanza. Ci si sofferma, curiosando tra i volumi disposti nella scansia, sperando di delineare un ritratto più preciso del padrone di casa. Un personaggio di certo un po’ bizzarro. Ha infatti ricoperto, ad intervalli regolari, l’intero ambiente -pareti, pavimenti, oggetti- di dots (forme circolari in carta) variopinti, di cui ha esaltato la fluorescenza, malgrado l’agghiacciante penombra, con una luce di Wood, creando una sensazione di sospensione spazio-temporale. Poi ha lasciato la sua firma nelle immagini di un video mandato in loop -un autoritratto in kimono rosso a pois bianchi- e nei vari indizi del suo passaggio, composto e ordinato, privo di detriti.
I’m here, but nothing, il messaggio di Yayoi Kusama (Matsumoto, 1929). Eclettica e surreale, ma dotata di una cifra inequivocabile. L’artista giapponese segna, malgrado l’assenza, il territorio, occupando virtualmente uno spazio altro.
Abitandolo con le tinte accese dei propri abiti. Recitando litanie sommesse e disperate, che vanno a creare, tramite il video, un sottofondo sonoro drammatico nella stanza. Ma il gioco dura troppo poco. L’aspettativa di essere nuovamente stregati, proseguendo la visita nella sala attigua, è presto delusa. Una serie di tele policrome di piccole dimensioni, alcune dotate di un certo spessore materico, riprendenti il motivo del pois in trame policrome, frigide e statiche, ammiccano nell’ostentato decorativismo privo del pathos, del fascino trascinante della precedente installazione. E, nell’ inefficace tentativo di creare una soluzione di continuità tra due aspetti differenti della produzione dell’artista, le vibrazioni cessano.
link correlati
www.yayoi-kusama.jp
www.bombsite.com/archive/kusama/portfolio
santa nastro
mostra visitata il 20 aprile 2005
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insomma, alla fine son pur sempre palle