A guardare la stampa che Riccardo Murelli (Roma, 1975) presenta nella one-piece-gallery milanese, le eco dell’astrazione geometrica sono ben udibili. Con quel pizzico di “aggiornamento” derivante dall’immaginario tecnico e tecnologico, dal quale non si può prescindere. Il discorso si potrebbe quindi chiudere in un assai breve lasso di tempo, oppure avvitarsi per l’ennesima volta sulla discussione concernente la figura, la figurazione e il figurale, o la forma, l’informale e l’informe.
Uno degli elementi che, in maniera patente o latente, costituisce la traccia incancellabile di tali argomentazioni si configura come una costellazione, alla quale appartengono termini come astrazione e finanche spiritualità. Non a caso Massimo Mattioli, che firma la curatela della personale, chiama in causa Kandinsky. È però in questo ganglio che i fili s’ingarbugliano, dimostrando ancora una volta che non esiste una metaforica innocente, semmai sorniona e quindi estremamente pericolosa.
Il cuore della mostra è infatti composto da una parata di sculture solidissime, caratterizzate della resistenza inossidabile dell’acciaio, della gravità del materiale col quale sono forgiate e profilate. Volumi che però nulla ci raccontano del processo che le ha condotte a quell’esito geometrico e disfunzionale, e ancor meno comunicano un qualsivoglia voler-dire didascalico. Alla narrazione, in qualunque modo la si intenda, pare opporsi la geometria, lo schema, per quanto complicato dall’intreccio di linee e volumi.
Non c’è altro. Per definizione, rigorosamente messa al mondo. Sorge allora un problema ulteriore, che necessiterebbe un altro sviluppo lungo e meditato, ripercorrendo ciò che procede dalla riflessione saussuriana alla quale si richiama Mattioli nel testo che accompagna la mostra. In sintesi: Murelli si concentra sul significante di contro al significato; è impegnato in una sorta di riduzione fenomenologica, solertemente diretto alle cose stesse, impugnando un metaforico rasoio di medievale memoria.
Ora, il punto è che ogni opposizione vive grazie alla dialettica. In altre parole, ogni coppia di opposti ha la propria ragion d’essere nell’esistenza e nella resistenza dell’altro. Saussure parlava al proposito di “due facce della stessa medaglia”. Il passo successivo al riconferimento al significante della propria dignità consisterebbe allora nel ripensare, nel riposizionare con minor rigidità i contendenti. Lavorare di fino per decostruirne l’opposizione semplice e semplificata, come ha fatto Derrida discutendo proprio i succitati Saussure e Husserl. Non certo per sfociare nell’ennesimo romanzo visivo, magari politicheggiante, ma per prendere le distanze anche da quell’astrazione che, proprio non volendo comunicare nulla, esibisce impudica il proprio desiderio di non comunicare. Da questo punto di vista, il lavoro di Murelli sarebbe un pretesto, e che pretesto, per ricominciare a discutere.
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