Cosa vuol dire oggi essere moderni? Se per l’artista significa adeguare la creazione alle capacità percettive espresse -transitoriamente- dalla società, guardare alla comunicazione piuttosto che all’evocazione, concepire l’opera non come evento unico e irripetibile, ma come documento inserito in un percorso; ebbene, in quel caso Agostino Arrivabene (Rivolta d’Adda, 1967) non è un artista moderno. La sua è una pittura lenta, i suoi quadri -come monadi pitagoriche- si confrontano solo con una visione assoluta, eterna, sublime del dipingere. Vivono col significato, fanno a meno del significante che vorrebbe stringerli in una teoria, piegarli alle misere logiche umane. Nel suo studio alchemico non entra il critico agile, né il gallerista di giro. Non ci trovi la rivista autorevole. Lì semmai aleggia lo spirito curioso di Cassiano del Pozzo, connaisseur ante litteram, mentore di Vouet, Poussin, Artemisia Gentileschi.
Le preziose mirabilia naturae di Arrivabene, esposte a Milano, sono tanti piccoli choc estetici, sconvolgenti per chi non è più abituato alla forza, alla versatilità, alla pregnanza della pittura. A ragionar di imprimiture, velature, regole auree, cose che hanno fatto la storia della pittura. E i temi, quelle vanitas che riportano a Leida, inizi del Seicento. Nature morte con contenuto morale, dice la storiografia. Ma queste hanno visto l’onirismo simbolista, lo spiazzamento surrealista, superano il relativismo concettuale.
Sussurrano le loro verità con il linguaggio eterno della metafora, dell’allegoria, con la luce metafisica che porta la dimensione altra. Scorre lento il tempo di Arrivabene; egli affida alla tartaruga il suo asincrono elogio della lentezza. Lentezza, quella di studiare per anni le infinite verità nascoste da un elegante Nautilus, o da una tovaglia piegata, o da un libro polveroso. Gesti minimi, immutabili, impermeabili ai sofismi. Pittura senza tempo. Quindi modernissima.
massimo mattioli
mostra visitata il 10 novembre 2005
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