Condividere le installazioni di Granular Synthesis (Kurt Hentschläger – Ulf Langheinrich, attivi in Austria dal 1991) significa vivere degli ambienti che presuppongono una fruizione disponibile ad incamerare nuove esperienze; vuol dire sospendere momentaneamente la griglia razionalizzante, che normalmente organizza ciò che si vede e si sente, per privilegiare “l’esperienza” a scapito della “comprensione”. Il nome della coppia austriaca deriva da un procedimento di scomposizione della materia sonora detto sintesi granulare (le cui prime teorizzazioni risalgono alla fine degli anni ’40): la riduzione del suono alle sue unità prime e inscindibili dette grain
Lux il progetto site specific, presentato da Lia Rumma, consiste in un’installazione audio/visiva che traduce i segnali sonori in immagini. L’ingresso della galleria è occupato da un breve sbarramento labirintico oltre il quale una proiezione alterna macchie dai cromatismi algidi a geometrie astratte appena accennate, a ossessivi lampi di luce, che reagiscono per circa venti minuti ad una sequenza di microsuoni e rumori sintetici, sfrigolii e frequenze anomale che si liquefanno in bagni di puro suono. Non c’è dubbio che le immagini e i suoni, in quest’occasione, siano abilmente amalgamati secondo una sorta di drammaturgia e scanditi da una maggiore volontà narrativa che tenta di stimolare i più diversi stati emotivi, aspetti questi che manifestano lo stato attuale della loro ricerca,
Se in occasioni passate gli austriaci si sono manifestati in una brillante e possente efficacia con installazioni realmente immersive (Reset durante l’ultima edizione della Biennale di Venezia o nella clamorosa installazione presentata nel 2000 a Bologna nel corso del festival Netmage ), in questo caso si ha l’impressione che quello che scorre velocemente davanti ai nostri occhi e attraversa sottopelle il nostro corpo, non giunga a stimolare e a scuotere i neuroni. Invece di stravolgere e rendere insidioso lo spazio, la coppia austriaca lo subisce, ne rimane vincolato, dove anche la spazializzazione del suono risulta poco efficace e presente. Si tratta forse di un tentativo riuscito parzialmente di scendere a compromessi con uno spazio espositivo meno malleabile? O si tratta di un gap che rischia di risolversi in una cifra stilistica eccessivamente estetizzante?
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