“Divertente e divertita”. E’ stata definita così dai suoi curatori e ideatori la mostra fotografica interamente dedicata al mondo degli impiegati che si tiene a Milano per tutta l’estate. E in effetti è proprio una sottile e bonaria ironia la chiave di lettura che consigliamo di portare con sé andando a vedere la rassegna.
Lo spazio asimmetrico dell’Arengario è stato allestito con una serie di pannelli neri disposti a spina di pesce, che creano l’illusione di intrufolarsi in ambienti chiusi per cogliere (o spiare dal buco della serratura?) le oltre 200 immagini, quasi tutte in bianco e nero.
“I grandi fotografi sono stati sempre attratti dai grandi temi sociali del lavoro e dei lavoratori” – dice Cesare Colombo, curatore della mostra – “ma fino alla seconda guerra mondiale è stato piuttosto l’ambiente della fabbrica e il mondo operaio ad attrarre gli obiettivi. A partire dal secondo dopoguerra, sulla scia delle tendenze neorealiste ampiamente affermate soprattutto nel cinema, il mondo dei colletti bianchi e delle segretarie, così serioso eppure così ironico e autoironico, comincia ad essere al centro dell’attenzione di registi e fotografi”.
Divisa in 21 brevi sezioni che individuano altrettanti temi salienti della vita quotidiana dell’impiegato, la mostra costituisce una vera e propria radiografia storico-sociale lunga tutto il Novecento, attraverso una serie di ritratti affettuosi o spietati.
E così per poco meno di un’ora, il tempo sufficiente ad un’ampia visita, anche il visitatore si trasforma in impiegato, timbrando il proprio biglietto-cartellino presso l’apposita macchinetta predisposta all’ingresso e iniziando il viaggio per sfatare o confermare i luoghi comuni che da sempre circolano sugli impiegati, un po’ travet e un po’ Fantozzi: il corridoio con la sua funzione di smistamento ma anche di area franca per confidenze e sfoghi; la riunione, tipica occasione di incontro/scontro, vero e proprio microdramma quotidiano; gli strumenti legati alla scrittura e alla contabilità, dalle penne fruscianti, alle rumorose macchine da scrivere di fine Ottocento, alle prime calcolatrici meccaniche fino ai moderni e silenziosissimi computer; gli archivi col loro ammassarsi di carte e il loro odore di muffa.
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Mimu
Daniela Gangale
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Ho letto con immenso piacere. Volevo segnalare il giovane americano John Pilson che con pungente ironia e con un pizzico di melanconia ha presentato -in Biennale- la vita del fantoziano impiegato.