In questa mostra, dedicata all’arte giapponese dal XVII al XIX secolo, è di scena una filosofia di vita che prende come valore primario il piacere, il desiderio, la contemplazione della natura e del paesaggio, il dialogo colto e la festa.
Protagonista è Edo, l’attuale Tokyo, che rappresentava il centro di questo stile galante del vivere, di quel mondo fluttuante detto Ukiyoe. Nel Medioevo giapponese in particolare con ukiyo, termine di derivazione buddista, si indicava la condizione d’impermanenza generata dalla vita quotidiana coi suoi attaccamenti, mentre la dottrina indicava la distanza e il distacco. E’ solo in seguito, nel Seicento, che il termine ha iniziato a identificare tutto ciò che avrà a che fare con il mondo e i suoi piaceri, perdendo la denotazione negativa iniziale.
Le 500 opere in mostra -tra dipinti (circa il 20% del materiale esposto), stampe, incisioni, libri illustrati e paraventi- raccontano questo mondo in cui gli uomini hanno tentato, per un momento, di dimenticare la malinconia del mondo e della vita. Gli artisti presenti sono Moronobu, Harunbobu, Utamaro, Hokusai, Hiroshige, Kuniyoshi e tanti altri, ma tutti, esprimendosi con tecniche pittoriche diverse, hanno rappresentato la vita delle città senza notte e dei loro quartieri. Tra i più famosi c’era quello di Yoshiwara, la cui gestione era in mano alle cortigiane, che regolavano l’intrattenimento e i nuovi comportamenti di una fascia sociale emergente volta al puro piacere. Una coppia di paraventi, intitolata proprio Il piacere del mondo fluttuante(1640 circa) e realizzata da un anonimo, illustra magistralmente, come in una sequenza fotografica, questo vivere basato sulla soddisfazione delle pulsioni umane.
Nell’esposizione ci sono sei sezioni e, mentre nelle mostre di questo genere ci si è di solito attenuti ad un criterio cronologico, qui è stata adottata una suddivisione tematica, che si sofferma sul teatro, la tradizione, la natura, il paesaggio, i piaceri della vita nella città e soprattutto le bellezze femminili.
Va ricordato che la mostra riprende e si ricollega idealmente a quella di Hokusai del 1999, sempre realizzata e curata da Gian Carlo Calza a Milano. In questo modo si è rafforzato un legame inedito con il Giappone, che risponde ad una domanda crescente d’interesse visto il precedente successo di pubblico.
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