Pelli stese appese alle pareti. Altre sono ancora sul corpo dei maialini cui appartengono, che sembrano guardare smarriti i resti dei loro simili in esposizione. Wim Delvoye (Wervik, 1965) marchia senza ripensamenti tutte le sue creature, sottraendole alla loro altrimenti segnata fine: quella del macello. Una riappropriazione e rivalutazione del timbro dell’industria alimentare. Icone, elfi, sirene, iniziali di supereroi, simboli di amore e pace, mani di diavoli; tutto questo e altro ancora si svela in colori sgargianti sulle pelli secche, sotto qualche sparuto pelo sopravvissuto. Tatuaggi disegnati dall’artista ma eseguiti -dopo aver sedato gli animali- da tatuatori professionisti.
È lecito far passare una tale operazione con “licenza artistica”? Cosa rende questo destino migliore o peggiore da quello dell’allevamento intensivo e della successiva macellazione? Domande che sembrano intrinseche all’opera sin dal suo nascere; che iniziano ad insinuarsi sin da quando si leggono le didascalie: Gianni, Katharina, Sabine: l’autore ha dato un nome ai suoi animali, proprio come fa il padrone con quelli domestici, che crescono e muoiono con lui. Un’operazione concettuale che vuole mostrare un fenomeno in crescita nel mondo occidentale: l’allargamento del sentimentalismo domestico alle più svariate specie di animali. Questo atteggiamento è stato sempre lontano da ogni forma di allevamento: come ci si può affezionare ad un animale che si dovrà uccidere e mangiare? Queste due fasi sono sempre più distanti e invisibili l’una all’altra nel mondo contemporaneo.
Ma nei due piani della galleria appaiono vicine, presenti e celate dai loro opposti: cosa c’è di più vivo infatti dei Marble Floors, mosaici stampati a colori su alluminio, ottenuti da collage di salumi? Mentre sono spenti e secchi i maiali impagliati, nonostante i colori sgargianti e i simboli rassicuranti. Come il marchio di Luis Vuitton, che tappezza la schiena di Michael al piano superiore e lo tiene inchiodato col il grande sedere al pavimento, con gli occhi rivolti all’insù a guardarci. Indeciso e perso.
articoli correlati
Delvoye al Pecci di Prato
Mostra dell’artista a Carrara
michela potito
mostra visitata il 18 aprile 2006
Nello spazio di sperimentazione Ordet, una mostra che trasforma il ricordo in architettura emotiva: sculture, film e collage per raccontare…
Ha inaugurato a Roma la Società delle Api di Silvia Fiorucci, un’apertura che segna l’avvio di nuove officine culturali, sintomo…
Quattro capolavori provenienti dalla collezione di Joe Lewis sono pronti a sfidare il mercato. Raccontano con straordinaria immediatezza la complessità…
Il regista Andrea De Rosa mette in scena il celebre Orlando di Virginia Woolf dandogli la forma di un monologo…
Lidl lancia la Trolley Bag firmata Nik Bentel: una borsa in acciaio ispirata al carrello della spesa e destinata a…
Dopo la cancellazione del progetto di Gabrielle Goliath, considerato "divisivo" per il coinvolgimento di una poetessa palestinese, il Sudafrica conferma…