Pelli stese appese alle pareti. Altre sono ancora sul corpo dei maialini cui appartengono, che sembrano guardare smarriti i resti dei loro simili in esposizione. Wim Delvoye (Wervik, 1965) marchia senza ripensamenti tutte le sue creature, sottraendole alla loro altrimenti segnata fine: quella del macello. Una riappropriazione e rivalutazione del timbro dell’industria alimentare. Icone, elfi, sirene, iniziali di supereroi, simboli di amore e pace, mani di diavoli; tutto questo e altro ancora si svela in colori sgargianti sulle pelli secche, sotto qualche sparuto pelo sopravvissuto. Tatuaggi disegnati dall’artista ma eseguiti -dopo aver sedato gli animali- da tatuatori professionisti.
È lecito far passare una tale operazione con “licenza artistica”? Cosa rende questo destino migliore o peggiore da quello dell’allevamento intensivo e della successiva macellazione? Domande che sembrano intrinseche all’opera sin dal suo nascere; che iniziano ad insinuarsi sin da quando si leggono le didascalie: Gianni, Katharina, Sabine: l’autore ha dato un nome ai suoi animali, proprio come fa il padrone con quelli domestici, che crescono e muoiono con lui. Un’operazione concettuale che vuole mostrare un fenomeno in crescita nel mondo occidentale: l’allargamento del sentimentalismo domestico alle più svariate specie di animali. Questo atteggiamento è stato sempre lontano da ogni forma di allevamento: come ci si può affezionare ad un animale che si dovrà uccidere e mangiare? Queste due fasi sono sempre più distanti e invisibili l’una all’altra nel mondo contemporaneo.
Ma nei due piani della galleria appaiono vicine, presenti e celate dai loro opposti: cosa c’è di più vivo infatti dei Marble Floors, mosaici stampati a colori su alluminio, ottenuti da collage di salumi? Mentre sono spenti e secchi i maiali impagliati, nonostante i colori sgargianti e i simboli rassicuranti. Come il marchio di Luis Vuitton, che tappezza la schiena di Michael al piano superiore e lo tiene inchiodato col il grande sedere al pavimento, con gli occhi rivolti all’insù a guardarci. Indeciso e perso.
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