Paul Kos è stato uno dei primi artisti concettuali, negli anni settanta, a proporre opere multimediali: i due grandi cubi di ghiaccio accerchiati da microfoni come fossero frontmen in una conferenza stampa – e che inizialmente erano stati esposti nel 1970 – sono oggi tra le opere di Beuys don’t cry, mostra omaggio che si propone di riaprire il dialogo con l’eredità concettuale e stilistica dell’artista sciamano.
La prima installazione in cui si imbatte il visitatore è un piccolo contenitore dei rifiuti grigio metalizzato, dal design inconsueto, che è arrivato a Milano in treno, da Vienna, chiuso nello zainetto di Leopold Kessler – ed è stato abusivamente installato ad un palo della luce elettrica milanese, inopportuno come un atto di colonialismo culturale.
Proseguendo, Un certo presentimento, la performance di Marcello Maloberti, catalizza l’attenzione: un bambino con in mano delle forbici, intento a tagliuzzare immagini, accovacciato sull’epicentro di un’esplosione di ritagli di riviste, che si estendono irradiandosi per tutto l’atrio di via ventura, costringendo i visitatori della mostra a calpestarli e a tenere la testa china, per poterli guardare. Un bambino che arbitrariamente seleziona le immagini che vedremo -e scarta quelle che non vedremo mai- come un monarca capriccioso delle cui scelte soggettive noi non siamo altro che fruitori passivi, come già di quelle della televisione e della stampa.
Ne emerge un caos visivo che è efficace e suggestiva rappresentazione dell’oggi. Del resto la nostra è cultura dell’immagine ed è cultura mediata dai mezzi di comunicazione di massa e noi -spettatori più o meno passivi- ci camminiamo attraverso, consumiamo, osserviamo e calpestiamo immagini, metabolizzandole a ritmi velocissimi.
Al piano di sopra, nella sala d’ingresso della galleria, si erge una piccola parete bianca che Koo Jeong-a ha realizzato usando zollette di zucchero come mattoni e, accanto, kleine Paketrolle di Kirsten Pierroth -un tubo pieno di aria di Amsterdam, su una piccola bacheca- si presenta come una riedizione dei lavori dell’arte postale.
In mostra anche un lavoro di Conrad Shawcross – l’artista è una delle nuove punte delle collezione Charles Saatchi – ma purtroppo non si tratta delle contorte sculture in legno che lo hanno reso noto, bensì di un fotografia che, inserita in quel contesto, non brilla certo per essersi trovata “al posto giusto nel momento giusto”. Ma aldilà dell’indubbia validità dei singoli artisti, la mostra pare manchi di un filo conduttore capace di legare e i lavori in mostra tra loro e questi ultimi con la ricerca artistica di Joseph Beuys, il collegamento, ammesso che esista, pare alquanto pretestuoso.
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