La prima sala della personale
milanese, proprio all’ingresso, è concepita come un salotto. Tre sculture a
muro, concettualmente a metà tra il collage e la maquette, alludono ad
altrettanti intellettuali di varia estrazione: il filosofo Bertrand Russell, lo
scrittore William Faulkner e l’attivista W.E.B. Du Bois.
L’espediente dell’installazione a parete composta da specchi – già visto nelle
opere di Rashid Johnson – si articola in una serie di mensole cariche di
oggetti evocativi, connotativi (un libro di ognuno) oppure allusivi secondo
libere associazioni dell’artista: perché, ad esempio, un vinile dell’Art
Ensemble of Chicago è associato al filosofo gallese?
laureano i tre scrittori, messi a reagire
con gli oggetti della cultura underground contemporanea, attivisti black ad honorem o ante litteram.
Tutte le sculture sono state
assemblate in loco, con oggetti (libri, ciotole, vasi di piante,
ricetrasmittenti…) trovati in giro per Milano: così è anche per la seconda
serie, dove i riferimenti si disarticolano ancora più espressamente
dall’univocità. Uno specchio verticale appoggiato su un atlante astronomico
aperto rimanda a 2001: Odissea nello
spazio così come, nelle opere prossime, si evoca l’allunaggio e la corsa
allo spazio. La metafora astronomica serve la suggestione del secondo tempo di
una tensione palingenetica: ottobre è il mese delle rivoluzioni epocali, dei
film sulle rivoluzioni epocali, e October
è anche una storica testata newyorchese d’arte, cinema e pop culture, voce del
postmodernismo e della critica engagé.
Johnson dichiara di utilizzare “alchimia, divinazione, astronomia, e altre
scienze che combinano il mondo naturale e spirituale” per creare un espanso
della complessità della black experience.
La ricorrenza della “corsa allo spazio”, secondo mito della frontiera (la
seconda cosa più americana, dopo la Coca Cola) inaugurato da John Fitzgerald
Kennedy, sopra piastrelle bianche coperte da tag in vernice nera suggerisce
l’assimilazione piena di temi wasp da
parte della controcultura.
Il lavoro di Johnson sembra
parlare appunto dei pericoli della pianura, oltrepassate le asperità delle
montagne: l’annichilimento della specifica identità nera nell’epoca di Barack
Obama, quando l’elezione del primo Presidente di colore ha ufficialmente chiuso
i conti con la schiavitù, la blaxploitation
e le lotte di Martin Luther King e Malcolm X, e alla feroce discriminazione razzista
si è sostituito il rischio della fusione nella cultura di massa indistinta e
meticcia. Esattamente come la cultura gay, l’altra controcultura che serviva,
negli anni ‘60-‘70, un’estetica e una politica per forza di cose assolutamente altra, ora detta le mode del mainstream.
Le opere più recenti di Rashid
Johnson sono figlie della
situazione, scontano a tratti segni di velleitarismo e confusione, ma forse
anche per questa ragione esprimono uno specifico Zeitgeist.
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Rashid Johnson a Milano
Young
Gifted and Black
The
Perfect Number
alessandro ronchi
mostra visitata il 30 novembre
2010
dal 25 novembre 2010 al 31 gennaio 2011
Rashid
Johnson – 25 days after October
Galleria Massimo De Carlo
Via Ventura, 5 (zona Ventura) – 20134 Milano
Orario: da martedì a sabato ore 11.30-19
Ingresso libero
Info: tel. +39 0270003987; fax +39 027492135; info@massimodecarlo.it; www.massimodecarlo.it
[exibart]
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La mostra presenta opere che sono ottimi precipitati di quella che può essere l'esperienza nera. Al di là della retorica nera, più o meno giustamente abusata, c'è un po' il rischio Safari: io milanese bianco che scelgo i trofei di caccia, testimoni esotici di qualcosa diverso da me, e che quindi può stuzzicare me e i miei amici. Si tratta di "ikea evoluta" di prima qualità; ottima per arredare casa con quell'altarino "black experience" che non ti aspetti.
Ma che fa De Carlo ? Ripropone gli artisti già fatti da altre gallerie in Italia ?
quest'artista l'ho già visto 5 anni fa da annarumma404 a napoli, ed era la sua prima personale in italia.
Stavolta Luca Rossi ha ragione (strano), erano meglio i lavori precedenti. Questi hanno un'aria troppo da design.