Settanta anni di pittura e di riflessioni. Sulla città, l’uomo e il loro rapportarsi. Franco Rognoni (Milano, 1913– 1999) ha attraversato il XX secolo: lo ha vissuto e interpretato. Ha dipinto la trasformazione delle città, le periferie sempre più grandi e anonime; l’uomo, prima a suo agio in città ordinate, poi prigioniero di anguste abitazioni, il grigio business man e il vortice multicolore della Milano ‘da bere’ di vent’anni fa.
Rognoni parte da posizioni vicine all’espressionismo con colori pieni e lividi, ampio uso del nero; sono gli anni tra le due guerre mondiali, che riflettono disagio e cupezza: “il nero è la base della mia tavolozza, unito ai verdi lividi ai grigi ai gialli ai rossi violacei mi aiuta nel raggiungimento… di quella drammaticità che voglio esprimere“.
Negli anni ’50 è Milano la protagonista della sua pittura. La città si sviluppa regolare e vivibile, l’artista traccia su un fondo denso di materia gruppi ordinati di edifici, delineati con un tratto sottile e morbide geometrie (Paese d’inverno, 1965), oppure tracciati con un segno nero largo e piatto su sfondi rosso e ocra che ricordano Mirò (Fabbriche, 1965). Paesaggi nei quali agli edifici si sovrappone il profilo solido e sicuro di un uomo: è il tempo in cui l’uomo controlla ancora la sua ‘creatura’; uomo e città sono interno/esterno in armonia. Rognoni affianca colori complementari, utilizza un rosso cupo, quasi un presagio della futura ‘involuzione’ (Uomo sulla città 1962, Ritorno al paese 1963) .
Negli anni ’70 l’artista si concentra sull’uomo: finanzieri, politici, giudici… figure nere, incombenti, prigionieri di abiti rigidi (Uomo in grigio, 1971). Visi impenetrabili appena tracciati, spigolosi e cupi. Tutt’uno con i loro abiti, a significare, forse, il dominio (mai finito) delle apparenze; si è ciò che si indossa. Nelle tele prevalgono il grigio e il nero, piani di colore sfumati, il disegno è meno netto, tratteggiato e vaporoso, scompare in una macchia di colore.
La tavolozza di Rognoni si accende per rappresentare le serate dei vip. Tango (1987) è modulato sui toni del rosso, colore della passione e del movimento; la pennellata ampia e rapida coglie l’attimo del passo di danza.
Negli anni ’80 Milano cambia. Nei paesaggi gli edifici si sovrappongono sconnessi e disuguali. Le tele sono divise in due: la città grigia e scheletrica da una parte, dall’altra l’interno vuoto di una abitazione con un solo essere umano (Interno/esterno 1980), solitudine e povertà. Uomo e città isolati l’uno dall’altra. Gli uomini non comunicato più tra loro, la folla è una massa di toni grigi, feroce e indistinta (Una folla, 1977). Le immagini si fanno sempre più confuse, sfiorano l’informale, fotogrammi che si sovrappongono, metafora di una vita sempre più difficile. I colori sono vividi, rossi, gialli, fucsia, il tratto agile e nervoso.
La vita nel caos frenetico della città-Milano è diventata difficile. Resta la possibilità di rifugiarsi nella città-sogno, il cui profilo, reso con sottili arabeschi neri, è immerso in una nebbia colorata di verdi, azzurri e tocchi di rosso.
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