L’uomo in primis, manie incluse (come quella del tempo), l’architetto pupillo dell’alta borghesia milanese, il vignettista satirico per la rivista Guerin Meschino, il filmmaker amatoriale goliardico ed ironico, il designer che ammicca al Secessionismo ed all’Art Decò, l’immaginifico urbanista e quant’altro Piero Portaluppi è stato, in mostra a La Triennale di Milano.
L’esposizione ben curata da Luca Molinari, e dalla Fondazione Portaluppi, riscatta dall’oblio critico e storiografico un maestro che ha segnato il volto architettonico di Milano e della Lombardia industriale fra gli anni Venti e Cinquanta.
Carriera e biografia di Piero Portaluppi procedono all’unisono: padre architetto, imparentato a Carlo Emilio Gadda da parte di madre, brillante studente al Politecnico di Milano, ne diventarà preside nel 1939.
Alcuni legami familiari avvicinano Portaluppi a Ettore Conti, mecenate dell’industria
Suoi l’Arengario, il Planetario Hoepli, il restauro di Santa Maria delle Grazie, della Pinacoteca di Brera, del Museo della Scienza e della Tecnica, della casa degli Atellani e dell’Ospedale Maggiore, solo per citare alcuni interventi milanesi.
Compie un percorso indipendente che, slegato dalla cultura razionalistica affermatasi in quegli anni, trova consensi fra i committenti ai quali “non […] piacerebbe uno di quelli edifici di moda” (Ettore Conti).
Pronto a rivalutare aspetti dell’architettura del passato Portaluppi afferma che “l’innovazione si compie nel nome dell’antichità”. Attinge a piene mani dall’Art Noveau e dallo Jugendstil, ma anche dal medioevo, dal rinascimento e dal Neoclassicismo; lungi dal compiere semplici rifacimenti in stile, con sapiente regia smonta e rimonta gli elementi storici, generando una architettura originale che riassorbe al suo interno ogni minimo, e studiatissimo, dettaglio.
Eclettico genio Portaluppi progetta centrali idroelettriche come “fortezze” dalle facciate scabre e dai profili seghettati, simili a quelli delle montagne che le accolgono (centrali di
A partire dagli anni Trenta le volumetrie degli edifici spogliate dall’abbondanza del decoro, che invece persiste negli arredi, si rivelano nella loro purezza (Edificio Ras, il Planetario, Arengario di Milano).
Esuberante e scanzonato (così come appare nei filmati) idea prospettive come se fossero tavole per “Guerin Meschino”, vere e proprie scene di satira urbana, delineate con il tratto del vignettista, pronto a sbeffeggiare divertito i passanti.
Il mondo PP che gradualmente si dipana nel percorso della Triennale è lontano da elaborati concettualismi, è facile da capire, capace di ammaliare anche il pubblico infantile.
elena bari
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