Si osservi Il temporale (1930) per esempio. Racchiude molti elementi della poetica di Gianfilippo Usellini (Milano, 1903 – Arona 1971). Un uomo entra nel cortile di una casa, accolto da una figura in nero, un custode forse. Il pavimento è suddiviso in spazi triangolari. Fuori c’è il temporale, non rappresentato direttamente, ma evocato dalla tenda gonfia di vento, dall’ombrello che l’uomo in nero porta con sé, dal registro cromatico della composizione. Il cortile è quello della casa di Arona, la casa paterna nella quale il pittore trascorreva le vacanze, ricordo d’infanzia sempre presente: “la mia pittura” dichiarava “nasce dal mondo della mia infanzia e più precisamente dall’atmosfera particolare della mia casa di Arona, una vecchia casa del settecento” (Usellini). Nell’opera aleggia un’aria di mistero, qualcosa di non detto: “l’arte evocativa di Usellini ama i silenzi, ma i silenzi vivi” (Fanny Usellini). Niente è completamente spiegato, chi guarda è portato a
Le opere presentate nelle ampie sale della Rotonda incuriosiscono e invitano sottilmente a riflettere. Sul conflitto tra bene e male, per esempio, così frequente in Usellini a partire dagli anni ’30, il continuo altalenare della vita dell’uomo tra merito e colpa. Lotte di angeli e diavoletti che si affrontano al di sopra di un’ignara processione di sacerdoti (La grande battaglia, 1950), mentre ne L’altalena (1940) si affannano alla conquista di ‘umani’ da trattenere a terra, nel ‘peccato’ o da trascinare in alto, verso la luce e il cielo. Ma Usellini non è un pessimista, né un moralista, piuttosto accetta con naturalezza la duplice natura dell’uomo, insieme angelo e peccatore.
Il percorso espositivo documenta per intero l’attività del pittore, dai primi paesaggi del 1918, nel segno di Cezanne, alle immagini quasi metafisiche della fine degli anni ’60, nelle quali si rincorrono allegorie e simboli, come nelle grandi tavole del 1960, la Galleria d’arte, la Biblioteca magica dove Usellini affianca il cavallo di Troia e Mosé, la Fata Turchina e Davy Crockett.
La fantasia e la capacità di sognare invadono le tele, disseminate di maschere e personaggi immaginari, Pegaso il cavallo alato e il sogno dell’uomo di conquistare
Usellini dipinge gruppi di collegiali, frati domenicani, seminaristi, che si muovono in file ordinate; il senso del movimento è dato dalle linee oblique che definiscono tonache e mantelli, dall’inclinarsi in avanti dei corpi. Ma l’ordine è spesso alterato da un ‘corpo estraneo’, imprevisto, come il paracadutista che atterra nel chiostro (Il paracadute, 1936). Qualcosa di inaspettato si cela dietro le cose più familiari, l’imprevisto come regola del quotidiano.
Tutto questo è narrato da Usellini con uno stile che recupera la classicità del Quattrocento italiano, di Piero della Francesca e di Carpaccio e soprattutto la “spazialità albertiana fondata sul calcolo matematico dei pesi e delle misure, dei vuoti e dei pieni” (Pontiggia). Anche la tecnica impiegata dal maestro è quattrocentesca, tempera all’uovo a velature. Ne risultano composizioni dai colori smaltati, misurate, nelle quali linee e figure si intrecciano con giochi di classiche simmetrie.
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