Sembra una moderna scomposizione visiva tenuta insieme dalla griglia di un’ordinata cornice, il paesaggio di Francesco Londonio, e invece è la collazione di studi su carta che il pittore accumulava nel suo atelier, bozzetti che, partiti dalla realtà, si componevano in modelli trasferibili a diversi soggetti. Il modo di procedere è tipico di quel ‘700 illuminista che chiedeva alla pittura la presentazione di oggetti fisici, morali o intellettuali, i quali, presentati o in realtà o per imitazione col mezzo degli organi della vista… sono atti ad eccitare nella nostr’anima gradevoli sensazioni
Piacevole allora e piacevole anche oggi: la pittura scabra, dimessa, color di polvere e di stracci, come definiva il Longhi la pittura lombarda, incontrava il favore di quell’Arcadia cattolica che, con il cardinal Angelo Maria Durini, raccolse gli ex Trasformati, con Parini e Balestrieri in testa: costoro dovevano trovare probabilmente in Londonio un’immagine più rassicurante della campagna e del lavoro rispetto all’analoga ricerca che andava compiendo negli stessi anni il Ceruti con i suoi “pitocchi”.
Messo sullo sfondo il quadro sociologico di una pittura che il Milizia riteneva utile anche per l’economia e la storia naturale, per il visitatore risulta forse più intrigante il gioco combinatorio che sta dietro a questo modo di sezionare parti di paesaggio che, come elenca Simonetta Coppa, si possono ritrovare in numerose opere di
Il catalogo, densissimo nella bibliografia e nella ricostruzione documentaria, dedica largo spazio anche ai restauri avviati nel 1997 e tuttora in corso e che hanno avuto il merito di liberare la pittura dall’ingiallimento delle vernici e dall’offuscamento dei depositi.
Tanta cura poi nell’allestimento richiederebbe analoga attenzione per restituire alla già sacrificata sala degli affreschi trecenteschi di Mocchirolo, lo spazio vitale ora occupato dagli ingombranti pannelli di una mostra ormai conclusa
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