Cosa succede quando l’arte non basta più a sé stessa? Lo scopo primario dell’opera diventa quello di racchiudere lo spettatore, proteggendolo dal mondo circostante, dandogli, quindi, una lente attraverso la quale filtrare il pensiero. Fino a realizzare un’espressione creativa che non si limiti a registrare le carenze della società e il punto di vista dell’artista. Ma che cerchi di permeare o, addirittura sostituire, la vita stessa, dandosi come soluzione dei problemi che pone o talvolta come alternativa chimerica ad essi. A questo secondo caso appartiene la ricerca di Drè Wapenaar (1961, Berkel en Rodenrijs), alla sua seconda personale da Lia Rumma. Due pedane, una seminascosta dall’altra, rappresentano –nella sua visione particolare- i cicli vitali. E stimolano il visitatore alla ricerca introspettiva, fino all’ascesi, dove il raggiungimento delle alte sfere è dato dalla sovrapposizione fisica di piani lignei posti a livelli diversi. Siamo di fronte ad una novità nella scultura di Wapenaar, da sempre interessato alla delimitazione di spazi sociali grazie all’ausilio di tende e strutture in ferro e legno. Luoghi pubblici in cui centrale è il tema dell’incontro. Sia questo tra persone o tra opera e natura, come nella più poetica Tenda per Uccelli, dove la fusione tra macrocosmo e microcosmo è data dai fori praticati nella cerata che permettono ai volatili -tramiti tra le due realtà- di entrare ed uscire.
The Pavillion of emptyness, invece, -troppo simile, ahinoi, ad un patibolo, per un occhio freddamente occidentale, influenzato dalla staticità elegante delle strutture orientali per chi forse sa guardare oltre– racconta una storia di leggerezza ed utopia. Andando al di là dei bisogni terreni, la pedana, che racchiude all’interno di un incontro ortogonale tra linee orizzontali e verticali la pesantezza del vuoto, diventa il palcoscenico della catarsi umana. Ma non solo.
santa nastro
mostra visitata il 6 aprile 2006
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