Quello che i Crepuscolari sono stati per la letteratura italiana di inizio Ottocento, Luigi Ghirri (Scandiano, 1943 – Roncocesi, 1992) è stato per la fotografia nazionale -e non solo- degli anni ‘70 e ‘80. La stessa ricerca della semplicità, della quotidianità, dell’ovvietà quasi; eppure, la stessa istintiva capacità di fare poesia. Di penetrare all’interno dell’anima degli oggetti, e farli propri. Intimi, lirici, commoventi. Questo descrittivismo fotografico, solo apparente, è testimoniato in una carrellata di scatti vintage degli anni Ottanta presentati dalla milanese Ca’di Fra’.
Ed è come se una finestra si aprisse sulla memoria, in un continuo e sottile gioco tra dimensione personale e collettiva. Quelle immortalate dal grande fotografo, morto improvvisamente all’inizio degli anni Novanta (quindi prima di vedere un’Italia che avrebbe cambiato di nuovo faccia), sono infatti scene di vita quotidiana che raccontano un Paese che non c’è più, sospeso tra strade cittadine d’estate e cortili domestici abbandonati. Sono inquadrature solitarie, ricerche intimiste di angoli tanto comuni e proprio per questo tanto significativi, in cui luce e ombra si dividono la piazza in un determinato modo, o i panni lasciati al vento ad asciugare si muovano con pigrizia. La figura umana, non scontata e non sempre presente, diventa una sorta di testimonianza, la piccola culla di una memoria: come quel giovane seduto al tavolino di un bar, accanto ad un juke-box di quelli che ormai si vedono tanto raramente. Non ha volto, la figura. Non è un individuo personalizzato che sta vivendo la scena, la sta interpretando o subendo. Al contrario, vero portavoce di una sensibilità, di un ricordo, di un vissuto personale è soltanto il fotografo. Che, proprio per questo, diventa pienamente artista: concettuale, in particolare, come si è detto di lui.
L’essere tale significa probabilmente tradurre in immagini apparentemente descrittive (non c’è sperimentazione tecnica, non c’è ricerca dell’assurdo, non c’è complessità di taglio, nei suoi scatti) qualcosa di interiore e di personale, che non necessita di virtuosismi tecnici per tradursi sulla tela. Piuttosto, è la stessa inquadratura che diventa da sé lirica, poetica, affascinante. Lo sono le mura scrostate di una via assolata di Roma. Così come lo sono i dettagli strappati dalla quotidianità (foglietti, appunti, un pacchetto di sigarette) e le copie di una serie di busti antichi venduti per due lire su una bancarella ai turisti. Oggetti che hanno una certa dignitosa tristezza.
Tutto, negli scatti di Ghirri, è avvolto da un alone di sonnolenza e trasuda compostezza, umiltà, dignità. Nostalgia. Tanto sul piano personale quanto su quello collettivo. È la nostalgia per un’Italia forse più bella, e contemporaneamente quella che vive ciascuno rivivendo i fotogrammi di un periodo passato, felice o infelice che fosse. Luigi Ghirri queste cose ha saputo raccontarle e tradurle in percezione visiva, senza pretese di sperimentazione ma contemporaneamente rinnovando la concezione della fotografia: ora era diventata un diario personale, scritto in anni di viaggi e di sogni.
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