Il Paesaggio Idilliaco di Valery Koshlyakov (Salsk, Russia, 1962) non è un rifugio, semmai un’utopia. Se è vero che l’arte da un certo punto in poi ha cominciato a guardarsi dentro, a farsi irrimediabilmente auto-referenziale, a parlarsi addosso, è anche vero che nel caso dell’artista russo, quella che appare una fuga dalla realtà è piuttosto una risposta propositiva al presente. In questo modo Cecilia Casorati legge nella riedizione del classicismo di Koshlyakov l’atteggiamento del poeta-filosofo che si risolleva dalla pesantezza del mondo ed esprime fiducia nel pensiero razionale in grado di guidare alla soluzione. Così Koshlyakov si arrocca a modo suo sulle matrici della tradizione, attingendo con un guizzo all’iconografia aulica che assume la consistenza evanescente del virtuale. Certo l’attaccamento ai temi della Grecia classica è un tratto comune negli artisti che hanno visto crollare un Paese e un’Ideologia e che sentono una sorta di nostalgia per qualcosa che non hanno direttamente vissuto se non mediato e corrotto dalla cultura bizantina.
Il mondo classico viene disseppellito da Valery Koshlyakov nella galleria Nina Lumer sotto forma di frammenti, icone raccolte dagli archivi della storia, paesaggi che scolorano e si attualizzano in capricci e collage attraverso una mostra che, seppur allestita con opere prodotte nell’ultimo anno (l’installazione addirittura in loco poco prima dell’apertura), ha un valore retrospettivo sul suo lavoro. Include la pittura colossale su supporto di cartone che da sempre lo caratterizza, le installazioni architettoniche di nuovo in cartone, e quadri realizzati con gli spray, tecnica a cui si è avvicinato di recente e con la quale ha dato vita tra l’altro
Linguisticamente, ma solo superficialmente, affine a pittori degli anni Sessanta come Raymond Hains e Jacques Villeglé elabora un discorso personale che genera senso ma non un messaggio, in cui mescola segni svincolati da un sistema di relazioni significante/significato che indicano meramente se stessi, come il segmento di nastro adesivo lasciato appeso e penzolante alla parete.
Fulcro dell’esposizione è una grande installazione instabile, una fragile struttura fatta di scatoloni sulla quale passeggiano i filosofi che, tratteggiati con mantelli ricavati da sacchi della spazzatura e una mimica stilizzata ma riconoscibile, sospingo il passo del visitatore tra le rovine di un’antica civiltà e ne guidano lo sguardo. La monumentalità della costruzione lascia immediatamente spazio alla leggerezza e il Paesaggio idilliaco si rivela essere infine un paesaggio effimero ricavato da materiali, come carta e polistirolo, destinati a vita breve. Inconsistente, vaporoso, deperibile. Fatto per essere fruito nell’immediato e morire: “insisto nel fare arte per i miei contemporanei”, dice l’artista. Il processo creativo gli interessa più del risultato e lo conduce a partorire un’ostinata e illuminata provvisorietà.
martina gretel
mostra visitata il 1 giugno 2007
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